Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.

02-04-2026 Giovedì Santo di Fabio Pieroni

GV 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Nella celebrazione di questa sera del “Giovedì Santo”, attraverso l’adorazione e la meditazione del segno della lavanda dei piedi, partendo da questo Vangelo, la Chiesa sceglie in maniera sconcertante il fatto che si parli dell’Eucarestia ma non del pane e del vino, al contrario di quanto accade negli altri tre Vangeli (detti sinottici). Nel Vangelo di Luca, inoltre, non si parla di un solo calice ma di due e questo recentemente ha creato tutta una serie di studi per capire se Luca avesse sbagliato; per questo si è pensato di collegare l’istituzione della Eucarestia con il compimento della Pasqua, facendo un collegamento con la  Pasqua ebraica, durante la quale ancora oggi vengono sollevati quattro calici. Proprio da questi studi, si è capito che Luca ha utilizzato la traccia del “Seder Pasquale” in cui si parla di quattro calici che hanno quattro significati diversi. Ma la cosa ora importante è capire che l’Eucarestia è la Pasqua, che è pertinente alla risoluzione di un problema: non è un rito che noi facciamo, slegato dall’esistenza umana. In particolare, non si parla di essa in generale a livello filosofico, ma dell’esistenza umana che io e te viviamo. 

Infatti, il Vangelo di Giovanni introduce delle sottolineature di alcuni particolari che avrebbe potuto omettere: ad esempio, la presenza di Giuda Iscariota che sarà vittima del demonio, che non possiamo sottovalutare e che opera in noi non in maniera straordinaria attraverso  una modalità “horror”, ma nella maniera più gentile possibile: se uno va a leggere nell’Esodo i colloqui che Mosè fa per convincere il Faraone, questi è la persona più dolce del mondo, simpatico e onesto; il demonio è molto difficile da capire, lo dice la scrittura. La premessa è che quando siamo in un momento difficile, il circolo vizioso del peccato spesso ci riporta a fare le stesse cose; siamo presi dal gorgo di un male che si ripete in noi e attraverso di noi, nonostante tutti siamo battezzati. Nel Vangelo si parla anche della comunione del male perché si unirono tutti quanti per dire: “crocifiggilo!” (Gv 19,15). Il male non si compie solamente da soli, ma si fa in comunione, tutti contenti, tutti insieme, perché il demonio scimmiotta il mistero cristiano. 

La Chiesa ci propone questa enorme iniziativa che Dio ci ha lasciato: infatti nel Giovedì Santo si ricorda l’istituzione dell’Eucarestia (che è la pienezza della Pasqua ebraica, secondo i cristiani) ed il rito della lavanda dei piedi; inoltre ricordiamo il momento della istituzione dei presbiteri. La Pasqua ebraica celebra il memoriale attraverso il pane azzimo, che ricorda la schiavitù egiziana: la prima lettura ci dice come bisogna celebrarla e cioè con i fianchi cinti, pronti ad uscire dal paese d’Egitto, per passare attraverso il Mar Rosso verso la terra promessa; lì si alza il calice del vino, che è il segno dell’amore, della pienezza, della libertà, della gioia. Ma per Gesù non è così: viene a dire che il passaggio non è più dall’Egitto alla terra promessa, ma si parte dalla condizione egiziana (simbolicamente detta così), nel senso del sistema del peccato, in cui c’è un Faraone, c’è una schiavitù, c’è una violenza e c’è una minaccia. La Pasqua cristiana, allora, diventa il passaggio dal peccato, dalla schiavitù, alla figliolanza, ad essere figlio. La terra promessa, per la Pasqua cristiana, è una persona, non un luogo: io e te possiamo vivere la vita cristiana, la vita del figlio e possiamo entrare in quella vita che Gesù Cristo ha vissuto nella modalità del figlio; invece noi viviamo la nostra vita secondo le coordinate del peccato e non riusciamo a trasgredirle. Queste coordinate sono: devi sempre aver ragione, non ti si può dire una parola, se fai una cosa, subito, sei stanco, ti devi affermare, ti devi difendere, devi stare sempre a pensare a cosa gli altri pensano di te e sicuramente è qualcosa di male; anche se io volessi pensare diversamente, non è possibile. Sei e siamo schiavi: vedere alcuni di noi che cadono dentro questo sistema è veramente una tristezza. Sappiamo però che Gesù Cristo vuole sradicarci da questa vita, che è oppressa da queste coordinate, per farci entrare nella vita del figlio, che ha un tipo di coordinate, un DNA che noi non rinveniamo esplicitamente nel rito, ma che è in funzione di una vita che è quella del figlio, che ha il DNA della lavanda dei piedi. Ogni atto veramente cristiano è un gesto eucaristico che richiama la lavanda dei piedi, dove c’è qualcuno che volentieri prende l’iniziativa: non glielo devi dire tu, l’ha capito lui, subito.

Andrej Tarkovskij scrisse una famosa sceneggiatura in cui, ad un certo punto, racconta le tracce di ogni atto cristiano: “come quando una persona è stanca, scoraggiata, e capisce che sta per crollare, allora inaspettatamente il suo sguardo incontra un altro sguardo umano ed è come se ti fossi accostato ad un divino nascosto”, come se avesse fatto la comunione e si sente rinfrancato come se gli avessero tolto un peso di dosso; incontra un cristiano! Questo è quello che noi cerchiamo continuamente di fare, anche se c’è questo circolo vizioso del peccato che ci insidia; il suo obiettivo è assorbirci nelle sue spire demoniache per impedirci la felicità e di vivere la nostra vera identità: sei nato per dare testimonianza alla verità che è l’amore, la comunione, l’esagerazione in questo. San Paolo dice: “io vorrei essere anàtema” (Rm 9,3) perché i miei fratelli possano entrare nella comunione con Cristo; cioè sarebbe disposto a diventare un maledetto (“anàtema” significa questo): andare all’inferno perché gli altri possano partecipare alla vita nuova.  

L’Eucarestia ti dice che io e te non solo possiamo essere sradicati dalle coordinate del peccato, ma possiamo diventare insieme con Cristo il suo corpo. Gesù Cristo ci ha resi partecipi di questa vita nuova che ha voluto inaugurare per la prima volta nella sua carne, al modo del figlio; così, quando noi celebriamo l’Eucarestia diciamo: “per Cristo, con Cristo ed in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente”! Davanti al Padre io sono il corpo di Cristo, che è stato abilitato a donarsi, ad aprirsi, a spendersi, a consumarsi, a vivere dentro questa grammatica del rito della lavanda. 

Ci sono tanti modi di prendere atto di questo DNA; quando tu incontri una persona che è libera, che partecipa del Cristo e che ti commuove, ti porta al ringraziamento, alla riconoscenza. Questo perché hai toccato, hai sentito la presenza di Cristo, il quale non vede l’ora di abitare in te, di amare attraverso di te e attraverso di lui, di entrare e vivere questa comunione: addirittura non è solamente un atto individualistico, ma è un’operazione che facciamo insieme, è una cosa assolutamente lontana da questo mondo, è totalmente dimenticata. Gli unici a fare questo lavoro di memoria, di partecipazione a voi, che riguarda il Vangelo, siamo noi: non vendiamo libri, ma stiamo lavorando uno per uno su di voi, non in maniera approssimativa. Questo deriva dall’amore che Dio ha per noi, che ha acceso dentro di noi; insieme con i catechisti facciamo questo lavoro straordinario, perché altrimenti noi viviamo spenti, chiusi e pian piano ci lasciamo andare. 

Bene, tutto questo è nel rito della lavanda dei piedi che è un segno certamente più facile da fare che da ricevere. Noi non siamo capaci di sentirci amati, di credere che qualcuno ci voglia bene, perché questa sarebbe la guarigione, sarebbe il frutto pasquale. Non ce la facciamo, non ci crediamo: siamo malati, abbiamo un muro, siamo terrorizzati, siamo “scafati”, siamo sarcastici. Questa è la malattia che Cristo vuole strapparci attraverso il triduo, per darci quello sguardo, quella modalità che i sognatori si aspettano. San Francesco piaceva tanto perché aveva quella innocenza di un bambino che ci crede; invece per noi non è così perché siamo intelligenti, ci alleiamo con il peccato e ogni volta Cristo viene a strapparci attraverso l’Eucarestia, attraverso una festa, attraverso la Pasqua.