Mt 5,1-12
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Celebriamo questa eucarestia che, insieme alla festa di domani, hanno come centro non solo la parola di Dio, ma soprattutto sono una visione teologica che la Chiesa, e quindi anche noi, dobbiamo avere, dobbiamo consolidare. Per questo la festa di tutti i santi è importantissima, perché dà una visione di qual è l’obiettivo del lavoro che fa la Chiesa: perché evangelizza? Qual è il fine? Quali sono le modalità? Allora, 61 anni fa la Chiesa, che versava in un momento di grande confusione al suo interno, ha avuto un dono speciale da parte dello Spirito Santo, che attraverso il Papa Giovanni XXIII, ha convocato il Concilio che poi è stato concluso da Paolo VI: è durato 6 anni, ha ospitato tutti i vescovi del mondo, ha fatto chiarezza su tantissime cose che poi ancora oggi fanno fatica a trovare il loro spazio. Tra queste luci che sono arrivate, c’è il concetto di santità: la Chiesa non è la festa dei campioni del mondo, di quelli esagerati, di quelli troppo bravi. Facilmente noi pensiamo questo perché facciamo fatica, anche per una debole catechesi della Chiesa, a uscire fuori da una mentalità (che è quella greca) in cui il fine consisterebbe proprio nel tendere a realizzare la perfezione, che si chiama “aristìa”. Questa parola è la perfezione dei greci ed era rappresentata dalle statue, che sono già perfette, ma anche poi perfezionate nelle loro impurità dalla cera; per cui venivano scolpite in bronzo, poi anche di marmo, e venivano coperte da uno strato di cera per evitare che ci fosse qualche impurità nel marmo, che desse fastidio all’occhio.
Quindi il perfetto, il Santo (noi facciamo questo collegamento sbagliato) sarebbe colui il quale non ha mai fatto niente, neanche male a una mosca, è la perfezione completa secondo la mentalità greca. Invece il Concilio scrive 3 documenti, che sono “Lumen gentium”, “Sacrosantum Concilium” e “Nostra aetate”. Nel primo si dice: “i seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita, la santità che hanno ricevuto”. E a noi l’impianto greco regge, perché questo discorso utilizza un linguaggio teologico-filosofico complicato che, anche se si cerca di spiegare meglio, nuovamente ci dirotta a qualcosa che non ci riguarda. Invece l’operazione che finalmente può fare la Chiesa (ed ha il dovere di farla), è chiamare e realizzare il cristianesimo nella vita delle persone: è la vita cristiana, è la santità nel nuovo testamento che non è l’esagerazione, ma è la vita cristiana modello base.
I santi, gli “aghioi” nel Nuovo Testamento, sono i cristiani, sono coloro i quali hanno vissuto due esperienze. L’Apocalisse dice: “non devastate né la terra, né il mare, né le piante perché dobbiamo imprimere il sigillo di Dio sulla fronte dei suoi servi”; innanzitutto dice non devastate, non distruggete nulla, ma noi abbiamo altro da fare! Si parla di sigillo, ma cos’è? Lo dice San Paolo: “in lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto…”; quindi avete sentito il Vangelo, avete ricevuto il kerigma, avete avuto la grazia che qualcuno vi ha annunciato che Cristo vi ama fino al sangue, che vi vuole abitare profondamente, perché si realizzino in voi tutti i desideri più grandi che avete: senza Cristo non potete fare nulla, perché siete bloccati dalla paura che la morte vi infligge.
Dice ancora: “… avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso…”; cioè in questa esperienza di fede hai ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, che è caparra della nostra eredità in attesa, perché noi abbiamo “un già” e un “non ancora” che vivremo nell’eternità.
E dice ancora: “… il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria”. Quindi il compito della Chiesa è quello di annunciare il Vangelo e di iniziare questa gestazione che deve essere poi portata a compimento attraverso una crescita che ci consenta di vivere nella comunione tra di noi. Molti di noi già vivono la santità, cioè il cristianesimo, costantemente; dobbiamo essere però rafforzati, incoraggiati, richiamati e difesi dall’operazione del mondo, della carne, del demonio, che ci scoraggiano, che cancellano questo Vangelo che ci è stato annunciato. Questa è praticamente l’opera che deve fare la Chiesa, quello che facciamo noi; questa è la cosa più importante! Poi certamente arriverà l’aiuto ai poveri, dopo faremo le manifestazioni, perché come tante volte ho detto, ci sono delle cose che può fare solo la Chiesa e ci sono cose che può fare anche la Chiesa: per fare dei cristiani deve fare un lavoro molto difficile perché, quando si parla di santità, si parla di un frutto, di un lavoro che è iniziato con l’annuncio del Vangelo che prosegue con la formazione permanente che il Concilio chiama catecumenato. Quest’ultimo non è il cammino neocatecumenale, che è quell’esperienza che in maniera geniale ha riscoperto, insieme con il Concilio (ed è stato un pioniere in questo) il lavoro pastorale che trasforma le persone da creature a figli di Dio: tante volte abbiamo spiegato che non tutti siamo figli di Dio; siamo tutti creature di Dio, ma una creatura di Dio non è per ciò stesso figlio di Dio. “Creature si nasce” (dice Tertulliano) e “cristiani si diventa” (dice Sant’Agostino).
Ecco, allora questo è quello che dobbiamo fare noi e la santità non sono tante individualità di campioni del mondo, ma persone che sono “passate attraverso la grande tribolazione e hanno reso candide le loro vesti con il sangue dell’agnello”. E’ un modo di parlare del battesimo, perché essere immersi nel sangue dell’agnello significa essere stati immersi nell’amore di Dio fino al sangue, che perdona, che emoziona, che trasfigura. E questo è il lavoro che facciamo in parrocchia, perché se questo non viene fatto e viene considerato un optional, oppure una cosa del tutto inutile, allora l’umanità veramente non ha più speranza! Noi siamo un’isola che non solamente cerca di creare, di costruire una dignità umana, ma siamo delle persone che vogliono formare, trasmettere nella natura umana di ciascuno di noi la natura divina, cioè la natura di Cristo. È un lavoro in cui credono dei matti. San Paolo infatti dice che: “questa è la stoltezza della predicazione” e invita a farsi stolti secondo questo mondo per essere sapienti secondo Dio, e non essere sapienti secondo il mondo ed essere invece stolti davanti a Dio! Ed è un lavoro che noi facciamo qua e voi siete questi santi! Voi avete più che il dovere, il diritto di vivere da figli di Dio! Come si fa a vivere da figli di Dio in questo mondo così sconclusionato? Ci vuole la Chiesa! Quindi questa è la chiarezza che dovremmo avere: la priorità è l’evangelizzazione, intesa come annuncio del Vangelo, concepimento di questa vita, crescita fino a un frutto che è la comunione, che molti di voi già vivete.
Allora l’ultima cosa che voglio dire è questa qua: immaginiamo che adesso abbiamo letto le beatitudini (sono infinite perché sono fondamentalmente la fisionomia di Cristo nella persona umana). La Chiesa fa questo lavoro, ma io mi domando: dopo 25 anni che sono parroco di questa parrocchia, si può mettere in pratica davvero tutto questo? Allora i più arditi potrebbe certo dire di sì, ma davanti ad una difficoltà? Non è facile crescere: ci sono delle malattie, delle regressioni, delle recidive dell’uomo vecchio che si serve della vita cristiana, degli strumenti soprannaturali per farsi gli affari suoi, per riproporsi in una maniera che apparentemente sembra vita cristiana, ma sostanzialmente non lo è, perché non è né povero, né umile, né mite, né consolato, è incavolato. Quindi è un lavoro difficile quello che facciamo noi, ma se una persona non vive così, non vive affatto! Non è che la vita cristiana è un modo di vivere, perché c’è un modello base che è la vita normale e noi ci fermiamo qua. Il cristianesimo contesta profondamente questa convinzione. E oggi la Chiesa però, ufficialmente, spesso ci sembra almeno che non abbia questa chiarezza, che tu semplicemente perché sei uomo, sei un essere vivente, puoi solamente essere un pochino più gentile e ci siamo. Qua si parla di una natura divina, di credere che Dio viene a vivere in me: io lo faccio vivere in me e vive attraverso di me; questo si vede attraverso dei segni che realizzano pienamente la dignità della creatura umana, che è quella di diventare figlio di Dio. Noi quando nasciamo come creature, non siamo ancora creati fino in fondo. Questa visione non è facile averla, ma è la visione del Concilio: fa molta fatica ancora oggi a trovare chiarezza e quindi spesso si sottolineano delle priorità che non sono quelle che sto dicendo io, e pian piano si torna alla santità intesa come “aristìa”, come bravura, impegno, volontarismo e il Vangelo viene distrutto.
Quindi noi siamo testimoni (siamo abbastanza convinti di quello che sto dicendo), sia sotto il profilo teorico, sia a livello esistenziale, perché la persona perfetta è quella che è stata amata, perdonata, illuminata e per questo vive in maniera diversa, perché custodisce in sé un’esperienza viva che gli dà la possibilità di essere gratuito, umile, mite, non perché si sforza, ma perché in lui abita il Cristo Risorto.
Questo è un pochino quello che volevo dirvi ed è l’unico motivo per cui i preti si fanno preti; poi ci sono altre attività che sono il corollario di questa. Non va dato per scontato perché chi si affaccia a fare un servizio e non sia collegato alla grazia di Dio dopo un po’ manda tutto a quel paese, perché si scontra con la diversità, con la prepotenza, con il peccato dell’altro e non regge, perché in lui non c’è questo sangue che ci ha resi candidi e ci ha dato alla natura dell’agnello.