Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia

25-12-2025 Natale del Signore di Fabio Pieroni

Lc 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.

C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Vorrei essere semplice e cercherò di essere anche esplicito. Allora, la prima cosa che voglio sottolineare è che questo rito che abbiamo fatto della intronizzazione del bambino Gesù nella mangiatoia è un segno che si utilizza a Natale e che naturalmente ha bisogno di essere assimilato durante tutto il tempo di Natale che finirà all’Epifania. Questa intronizzazione nella mangiatoia è il sogno di Dio, è l’uovo di Colombo davanti al peccato, davanti alla “defaillance” in cui l’uomo si trova. Potremmo avvicinarci un pochino all’immagine famosa della Cappella Sistina, dove c’è il dito di Dio che sta per incontrare l’indice di Adamo e c’è uno spazio che va riempito. Ora, questo indice di Dio rappresenta il Padre e il Bambino che devono raggiungersi, per poi raggiungere ogni uomo, perché sia vero, abbia iniziato a diventare autenticamente uomo. Noi sappiamo che Gesù non è stato fatto come il primo Adamo, ma è il secondo Adamo ed è l’esempio fondamentale che dobbiamo avere davanti a noi.

Quindi questa intronizzazione significa che Dio prende l’iniziativa di portare suo figlio nella mangiatoia: in un mondo  disordinato, sconfusionato, perché non si mette un bambino in una mangiatoia. Com’è possibile che ci sia finito? Ci sono tanti discorsi, ma il fatto è che un bambino è stato messo là e quindi questo segno dell’intronizzazione è un simbolo dell’evangelizzazione che deve arrivare all’uomo, al suo livello più malato, più bestiale, più lontano da Dio; è la cosa più preziosa che arriva nella cosa più spiacevole, più brutta, la vita piena che entra nella morte, e questo è luovo di Colombo. Invece le cose sono molto più complicate, perché l’intronizzazione sarebbe l’evangelizzazione che spesso non ha parole adeguate per arrivare all’uomo di oggi, alla tua e alla mia vita: ci sembra così distante, così difficile, così complicato; il nostro udito è stato deformato, la nostra mente ha come dentro di sé una specie di resistenza alla verità, perché il mistero del peccato originale ha deformato l’uomo. Quindi questa intronizzazione consiste nel fatto che la Chiesa ha il dovere di raffinare e modificare sempre di più il suo messaggio, il suo linguaggio, i suoi vocaboli e le sue modalità per compiere questa operazione. Dio, che si serve della Chiesa, ha questa grande missione; noi presbiteri, insieme con i catechisti, cerchiamo di rendere viva, efficace, graffiante, questo annuncio, questa intronizzazione che spesso ci passa sulla testa, è astratta.

Ma c’è un altro problema da parte nostra: innanzitutto uno si nasconde, nasconde la parte debole, non la riconosce; questo perché non vuole e non può accettare se stesso in quella fragilità, in quella ferita, in quel disordine, anche perché quando noi mostriamo la nostra fragilità veniamo uccisi e squalificati; è difficile che questa parola arrivi alla tua parte malata, perché è nascosta e il motivo è che devi sopravvivere. Quindi c’è un altro lavoro da fare, che è quello che facciamo noi con voi: ad un poveraccio tu non puoi chiedere di cambiare il suo cappotto lercio, non te lo dà; prima deve uscire il sole, si riscalda e poi può accettare di togliersi il cappotto e finalmente arriva il cappotto nuovo. Ma ci vuole un lavoro di chi si deve accreditare; c’è questo atteggiamento di chi deve farti sentire che le cose che noi vogliamo darti sono buone. Allora uno esce fuori e riconosce il bisogno assoluto di ricevere qualcosa di soprannaturale, una grazia speciale.

C’è un altro problema ancora: noi oggi come oggi abbiamo difficoltà a riconoscere che un crimine sia un crimine e che una cosa buona sia tale. Oggi crediamo il contrario: il crimine è una cosa buona. Cè una grande confusione: quello che ci sembrava totalmente inaccettabile oggi è caruccio. Si dice: perché no? Qual è il problema? Siamo in una cultura che sta depenalizzando il peccato, non dal punto di vista della sanzione, ma della sua fortezza, della sua cattiveria, della sua manifestazione.

Per farvi capire quello che sto dicendo, del bambino che arriva alla tua vita sfasciata, per trasfigurarla, per sanarla, ho visto un collegamento molto forte con una commedia napoletana che si chiama “Natale in casa Cupiello”: in questa casa, il capo famiglia si chiama Lucariello ed è appassionato del presepio. per cui dice sempre: “ti piace il presepio? E parla sempre di questo presepio; c’è suo figlio che ha circa 40 anni e dorme nel letto raggomitolato nelle sue lenzuola e non si sveglia se non sono le 9; però dice che vuole la zuppa di latte da mamma. Questo uomo è infantile, incapace, viziato, prepotente, egoista, e Lucariello continua a dirgli di guardare un po’ il presepio e lui risponde: “non mi piace, non mi piace il presepio”. Non è che gli dice di svegliarsi o di comportarsi bene, ma di guardare il presepio. Poi arriva di corsa la figlia che si chiama Ninuccia che vuole lasciare il marito, perché anche lei è violenta. Lucariello gli dice di guardare il presepio e lo spacca, lo fa in mille pezzi e se ne va. Successivamente Concetta, che sarebbe la moglie, gli dice che lui non capisce i figli, non li tratta bene, mentre lui parla solo del presepio. Quindi la commedia finisce col fatto che a Lucariello prende un ictus, perché il problema della figlia lo ha sconvolto; mentre balbetta qualcosa, essendo stato colpito dall’ictus, parla un po’ del presepio, si capisce che muore e finisce così.

Nel 1934 Edoardo De Filippo ha capito che la Chiesa è in totale crisi, perché il presepio da una parte è una sintesi catechetica evangelizzatrice (del quale lui per primo non è capace di dare ragione), dall’altra ne parla in una maniera così infantile e superficiale che è quella della prima comunione che non interessa a nessuno; capisce però una cosa importantissima: che per cambiare qualcuno da un bambino, un infantile, un egoista oppure da una donna così sfasciata come la figlia o come la moglie che è una chioccia con tutti e contraddice costantemente il marito, non c’è bisogno di fare le scenate o di minacciare, ma c’è bisogno di ripartire dal Vangelo. In questo senso io non mi sento di essere d’accordo fino in fondo con Edoardo De Filippo, il quale sta dicendo di mettere il presepio in soffitta: a che serve all’uomo di oggi quello che stiamo facendo? A che serve che venga intronizzato il figlio di Dio? A che serve che l’evangelizzazione abbia a toccare l’aspetto ferito di ognuno di noi? Questa commedia manda il messaggio che non serve e niente: è un messaggio molto negativo sulla Chiesa, che invece ha un grande compito,  una grande sfida; noi qui non mandiamo in soffitta il presepio, perché non è il presepio in sé, ma è la sintesi che viene espressa da questa forma artistica.

E’ questo il lavoro che noi facciamo, perché siamo convinti che le persone non possono essere salvate a forza di scatti di volontà, di impegno: se non arriva la grazia, se non ti senti amato, se non ti senti illuminato, non si muove niente. Allora il presepio parla di una luce, di una pace, di una porta che si apre, di unaccoglienza, di un modo pensare e di vivere che non è immediatamente collegato alle nostre deduzioni e al nostro ragionamento; è qualcosa che a volte si contraddice profondamente e su questo abbiamo bisogno di imparare ad obbedire, a fidarci, a lasciarci coinvolgere da questa accoglienza di Cristo, anche se alcuni di voi l’avete vissuta, come me. Ma io oggi la devo accogliere, altrimenti divento ateo e lascio tutto; anche per te è così; per questo sto continuamente martellando nella predicazione, altrimenti diventiamo delle persone disumane. Oggi siamo in un processo, in un dinamismo regressivo, dove non conta più il diritto internazionale, il galateo, la gentilezza, il rispetto, non c’è più niente.

Questo Lucariello dice al figlio: “scetàte songh’ ‘e nnove! Io alla tua età alle 7 e mezza saltavo dal letto come un grillo per accompagnare mio padre che andava a lavorare. Lo accompagnavo fino alla porta, ci baciavo la mano, perché allora c’era il rispetto per il genitore, si baciava la mano, chiudevo la porta e poi me ne tornavo e mi coricavo un’altra volta”; è un mondo finito, ma tu stai a guardare le serie televisive. Io ti voglio distogliere invitandoti agli incontri, altrimenti ti rimbambisci, ti arriva una tossicità, c’è il misterium iniquitatis” che attraversa le trame del nostro convivere sociale, che è velenoso, è letale. Per questo abbiamo bisogno di un farmaco e per questo abbiamo stampato questo santino grande affinché voi lo mettiate in casa, senza buttarlo.

Quello che facciamo qui in Parrocchia è riuscire a vivere ad un certo livello insieme con Cristo: è Lui che ci aiuta, è Lui la verità. Su questo santino, se voi lo girate, c’è scritto così: “Ma voi, non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le parole a Cristo! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Permettete, quindi a Cristo di parlare all’uomo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa c’è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Solo Lui ha parole di vita eterna”. Questo è quello che ha detto Giovanni Paolo II nel 1978 nella sua prima omelia; era chiaro che Lui aveva un programma di evangelizzazione, che non è solamente la comunicazione della dottrina, ma anche una dinamica iniziatica di cura, di crescita graduale ed è tutto il lavoro che facciamo insieme. Per questo oggi possiamo confermare questa accoglienza, questa collaborazione con la grazia, perché non si tratta solamente di essere religiosi, ma è salvare una generazione, i giovani, portare qualcosa di Dio nel lavoro e non portare la sporcizia, la violenza, la volgarità che impera, l’insensibilità, l’ingratitudine; io non conosco nessuna persona che sta al lavoro che possa dire che ha incontrato un collega cristiano, è successo rarissimamente.

Quindi  questo Natale ha un compito grave, è un lavoro che se non si realizza provoca un disastro; se non c’è Cristo che entra nella tua realtà, tutto si affievolisce: perdi l’entusiasmo, la bellezza, la luce, il coinvolgimento. Invece nella nostra vita se non c’è questo, non c’è niente. Io sono sicuro che dobbiamo continuare a lavorare insieme come stiamo facendo, con i sacerdoti ed in questo lavoro impressionante: c’è gente che dà la vita, diventa prete, lavora su queste cose e noi siamo ancora una volta svalutanti di quello che è il mistero, il miracolo della Chiesa.