Mt 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».Oggi proviamo ad affrontare il tema della Santa famiglia di Nazareth, che possiamo trattare sotto tanti aspetti: il primo è l’esegetico. L’esegesi è quella materia che analizza i vari vocaboli, i verbi, e poi ci lavora sopra. In questo brano ricorre tante volte la parola “sogno”: Giuseppe riceve il comando da parte dell’Angelo nella notte, si alza, realizza ed esegue quello che l’Angelo gli dice. Questo è un tema che potrebbe essere sviluppato.
Poi c’è un altro approccio che è quello del Magistero, della letteratura teologica che è costituita praticamente dai documenti, dai pronunciamenti, dalle omelie dei Papi, ed evidentemente questo è un aspetto prevalente in questo momento, perché è più sintetico. Ci sono tantissimi documenti: il più importante è certamente il Concilio Vaticano II, nella “Lumen Gentium”, quando nel numero 11 si dice che “la famiglia è una chiesa domestica”. Da allora sono passati 70 anni, durante i quali ci sono stati tanti altri documenti come la “Familiaris Consortio” e la “Redemptoris Custos” di Papa Giovanni Paolo II. Ma il discorso forse più interessante è stato quello di Paolo VI che dal 4 al 6 gennaio del 1964 si recò dopo tantissimi secoli in Israele e a Nazareth pronunciò una grande omelia.
Provo a fare una sintesi: innanzitutto la Santa famiglia di Nazareth non è la famiglia del “Mulino Bianco”; come dei bambini immaginiamo che sia perfetta (non si sa quale sia il parametro che ci dica quale possa essere la perfezione). Sarebbe quindi una famiglia dove si vogliono tutti molto bene, sono credenti e praticanti e vanno alla messa ogni domenica? Mi sembra che questo sia un po’ poco. Allora che cosa è che fa da discrimine? Spesso si dice che la famiglia di Nazareth non sia come tutte le altre famiglie ed il canto dice: “Cristo si è fatto come noi, perché noi siamo fatti come lui”. Sono vere tutte e due le cose, ma è più vero che noi siamo stati fatti per vivere in una vita nuova secondo il nuovo Adamo che sarebbe Gesù: non è che Lui viene a vivere come noi e quindi abbassiamo l’asticella. Dobbiamo scoprire in Cristo chi sia davvero l’uomo che Lui è, per conformarci e diventare davvero uomini!
La stessa cosa vale per la famiglia. Quindi io ritengo che è importante mettere insieme l’aspetto esegetico e quello magisteriale. Paolo VI ha sottolineato il fatto che l’Angelo durante la notte parla a San Giuseppe nel sogno; lui non è una persona che aveva questa specie di sindrome, questa patologia per cui uno si addormenta spesso. Il significato è che c’è una dimensione che collega la realtà terrena con quella celeste che è il sogno, immagine e luogo della preghiera, dove Dio può intervenire. Poi evidentemente va fatto un discernimento, che non è quello dell’esecuzione robotica delle indicazioni che dà l’Angelo, ma che comporta un lavoro faticoso per capire che cosa poi davvero uno possa realizzare con le forze che ha. Ho riletto il discorso che fece Paolo VI nel 1964 e mi sembra che una delle caratterizzazioni più importanti di una famiglia cristiana sia quello della preghiera, ma non nel senso di recitare il Rosario alle cinque di pomeriggio. Diceva San Paolo VI: “la preghiera è uno stile, è una disciplina spirituale che ci insegna a rimanere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a cogliere le segrete ispirazioni di Dio, sensibili all’esortazione dei veri maestri!”. Per “rimanere fermi nei buoni pensieri” ci vuole, dentro la famiglia, un lavoro interiore, profondo, che ci consenta di vivere non condizionati e storditi dalla modalità di questo mondo.
Io ritengo che la vita spirituale della famiglia di Nazareth dovrebbe alimentarsi di contenuti che tengono una temperatura importante. Per questo è fondamentale frequentare i cammini di fede, di formazione permanente che noi facciamo, per fare in modo che dentro la famiglia ci sia questo spirito, questa relazione di alto livello; altrimenti tutto viene ammalato, intossicato e infine perduto. Facilmente uno regredisce, come quando una persona fa uno sport: se non si applica, non si allena, perde completamente la disponibilità, l’elasticità, la comprensione, la generosità che è legata alla frequentazione con il Vangelo, con la profondità delle cose che dice la scrittura. Quali sono i miei pensieri? Qual è la mia vita interiore che condivido anche con mia moglie, con mio marito, con i miei figli, con mio padre, con mia madre? C’è questo lavoro? Una delle cose difficilissime è che la predicazione che noi facciamo, poi atterri, diventi nostra e questo è un lavoro che dovete fare voi: io devo fare per me e tu per te!
“Pronti a cogliere le segrete ispirazioni di Dio” vuol dire che la famiglia e un cristiano non vive secondo delle cose buone o delle cose cattive, ma di alcune ispirazioni che a volte sembrano stupide, sconvenienti a un ragionamento semplicemente utilitaristico, seguendo un criterio che metta insieme le cose più utili. Quindi si tratta di integrare dentro la normalità della nostra esistenza delle indicazioni che a volte sono anormali, esagerate, inopportune secondo i criteri di questo mondo. Questo è il lavoro della conversione, dell’assimilazione della vita spirituale.
Diceva anche Papa Benedetto XVI una cosa interessante e cioè che “la capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio ha contagiato San Giuseppe e lo ha attirato in una singolare intimità con Dio”. A suo parere, Giuseppe ha imparato da Maria e, lasciandosi coinvolgere da lei, è stato anche lui introdotto in una spiritualità, in una profondità, in una interiorizzazione di alcune cose che lei viveva; questo ha poi unito Giuseppe, Maria, e Gesù in un grande lavoro di comunione tra di loro. Alla fine dice: “e infatti prima con Maria, e poi con Gesù, San Giuseppe ha iniziato un nuovo modo di relazionarsi con Dio, di accoglierlo nella propria vita, di entrare nel suo progetto di salvezza, nel condividere la vita con lei e di coinvolgersi spendendo tutto sé stesso”.
Ecco, io ritengo che ciascuno di noi oggi, in questo momento storico, nella misura in cui viviamo come parrocchia, dobbiamo integrare e tentare di dare un volto nuovo alle relazioni che si vivono dentro la famiglia. È vero che oggi come oggi sono molto importanti tutti gli elementi psicologici, psicoterapeutici, che prima erano solamente per specialisti, ma molto spesso non basta: è necessario quello che fa per esempio don Mauro nella nostra parrocchia con questi incontri post matrimoniali, in cui ci deve essere un ulteriore lavoro da fare; non è sufficiente essere cristiani per formare una famiglia cristiana. Bisogna poi vivere la relazione nella famiglia in maniera diversa, in maniera nuova, con criteri che non sono quelli dell’utilità, ma del discernimento, dello spirito del Vangelo, che noi dovremmo saper inaugurare in una maniera rinnovata.
Nella seconda lettura c’era una specie di prontuario in cui uno deve essere tenero, buono e perfetto; questi sono degli esempi e non vuol dire che dobbiamo diventare manierati o delle macchiette, ma dobbiamo inventare; questo lavoro dobbiamo farlo insieme. Inoltre ogni anno dobbiamo modificarci, perché voi vedete come cambia il modo di relazionarci, il modo di essere dei vostri figli, i quali copiano delle immagini di modelli assurdi e quindi è un lavoro che si aggiorna giorno per giorno, per vivere a un livello che è quello del discernimento nello Spirito. Possiamo fare questo lavoro nella misura in cui frequentiamo la parrocchia, non solamente facendo la messa, ma esercitandoci, verbalizzando, assimilando, confrontandoci, come facciamo dentro questi due percorsi di fede che sono il Cammino Neocatecumenale e i Laboratori della Fede: in essi noi siamo convinti che questa Parola così bella possa diventare carne, possa essere interpretata in maniera credibile, reale e concreta. Questo già lo vediamo in molti di voi, ma ognuno di noi deve sapere che, se sta in piedi, “guardi di non cadere” (2 Cor 10,12), perché la vita cristiana non è mai una vita ormai realizzata, definitivamente raggiunta: è uno stile di vita in cui anche Giuseppe e Maria hanno vissuto momento per momento, difficoltà dopo difficoltà, opportunità dopo opportunità.
Ecco, allora io spero che Iddio ci aiuti tutti a vivere questa grande sfida che rende credibile il cristianesimo del Vangelo.