Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite.

14-06-2026 XI domenica del Tempo Ordinario di Fabio Pieroni

MT 9,36-10,8

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Oggi partiamo analizzando il Vangelo, in cui, come in altri, è importante la lingua greca, perché vengono utilizzate delle sfumature, dei contenuti che non possiamo comprendere se non attraverso la lingua originale, che ha dei significati molto più raffinati dell’italiano. Solamente per le parole “dire” e “vedere”, ad esempio, esistono almeno quattro verbi diversi. In particolare, in questo Vangelo Gesù vede le folle, sente compassione perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore; allora Lui prende l’iniziativa di lanciare i suoi apostoli: sono 12 e vengono chiamati per coppie (si chiama “regola socii”), per cui, nella Chiesa antica (ma ancora oggi), i missionari erano sempre inviati a2 a 2, mai da soli perché bisognava sostenersi ed essere testimoni l’uno dell’altro. 

La prima sottolineatura riguarda proprio il sentimento di Gesù: il suo “sentire compassione” è un verbo greco particolare “splanchnizomai” (quasi impronunciabile), che vuole tradurre un fremito: “reham” o “rahamim” in ebraico significa proprio l’utero, cioè la reazione di una donna che si accorge che la sua bambina o il suo bambino è in pericolo: in quel momento parte immediatamente perché si rende conto che le cose non possono andare avanti così; è una reazione non solamente sentimentale, ma anche di una reattività che è quasi un fremito, con all’interno anche dell’ira. È il comportamento di qualcuno che vuole difendere un bambino indifeso: vedendo qualcosa che non va, non pensa che è un suo problema, ma diventa qualcosa che ti coinvolge personalmente, visceralmente. Gesù, vedendo la gente stanca, ha questa reazione ed è una cosa straordinaria, perché normalmente vediamo in giro un menefreghismo totale. Ma perché lui si commuove e ha questa reazione così forte? Non è che ci pensa, ci riflette, ma parte così. Questo perché vede delle pecore stanche e sfinite. Stanche significa abbandonate, trascurate, allo sbando: si vede chiaro che non sei più lucido, sei in preda a dei pericoli, sei mezzo ubriaco.

Inoltre le folle erano anche sfinite, che significa lacerate, straziate dai morsi dei lupi. Quando un pastore vede la sua pecora che è stata morsa da un lupo, oltre a fare impressione, fa veramente accapponare la pelle. Gesù, quindi vede così la gente; voi siete messi così ed il Vangelo spiega perché: c’è lo spirito immondo, c’è il demonio. Non bisogna fare solamente una lettura psicologica che prevale ormai su ogni visione; nei Vangeli c’è anche il riferimento alla “psyche” (la psicologia), ma fondamentalmente noi siamo avvelenati da alcuni demoni e su questo bisognerebbe fare un discorso abbastanza importante, per cui c’è una “demoniologia” (così si chiama questa materia teologica che riguarda le manifestazioni horror che sono rarissime), ma ordinariamente ogni cristiano è tentato.

C’è stato un grande personaggio inglese di nome Lewis, che ha scritto un libro molto interessante che si intitola “Le lettere di Berlicche” in cui racconta proprio di come certi pensieri vengono influenzati da altri pensieri e poi ci fanno diventare paranoici, ci convincono che gli altri pensano di noi delle cose orribili, mentre invece non ci si fila proprio nessuno; ti convinci proprio che sei diventato il “soggettone” e diventi una belva, ma hai fatto tutto da te, anche se io provo a convincerti del contrario.

Gesù vede che le pecore fanno di testa loro, come spesso fa ognuno di noi: noi oggi patiamo assai la possibilità di verificarci con un padre, con chi svolge questo ruolo con noi e ci stanchiamo, ci annoiamo, cominciamo a fare di testa nostra. Può accadere, per esempio, che mentre uno sta scambiandosi un nuovo numero del telefono, l’altro ti comunica delle cose enormi, importanti, cioè che cambia città o si sposa; si comporta come una pecora senza pastore, non lo vuole, non gli interessa e non c’è qualcuno che lo possa verificare. Questa convinzione serpeggia in mezzo a noi, perché uno può pensare di non essere più un bambino, che ha bisogno di essere verificato da qualcuno che possa avere un ruolo per lui. San Benedetto diceva che c’è sempre il pericolo che un monaco cenobita possa diventare un monaco girovago, un cane sciolto, uno che non vuole il pastore, perché va a sbattere e perde la sua missione: fa delle cose interessanti, ma non sono quelle che Dio voleva da lui, non si è verificato. Nella vita cristiana, nella vita spirituale, c’è questa verifica, ma colui che ti verifica non comanda esattamente quello che tu debba fare. 

Infine, c’è questa pecora lacerata dai lupi: spesso quella scelta poi si rivela idolatrica (cioè un’invenzione del cervello) ti convince ad investire i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi soldi verso una finalità; quindi uno viene mangiato, rovinato, dai lupi. Spesso uno attribuisce alla propria suscettibilità, alla propria intelligenza il ruolo di Dio e quindi perde il contatto con gli altri, si isola, diventa un disadattato. 

Non ci sono però solamente le pecore senza pastore, esistono anche i pastori senza le pecore: ci sono pastori a cui non va di avere un gregge e quindi fondamentalmente trasformano la Chiesa in un luogo di perfezionismo morale, pensando che le persone debbano impegnarsi ad essere perfette e vergognarsi ogni giorno perché non raggiungono mai quella perfezione. Per questo per tanti di noi l’esperienza cristiana è diventata una palestra di perfezionismo che non serve a nessuno. In altri casi la parrocchia diventa il luogo dove vengono distribuiti gli alimenti ed II vestiario: è una cosa interessante, ma non è questo il primo punto della parrocchia, che è invece quello di creare una sinergia tra il pastore e le pecore; il fine è che si dia una manifestazione dell’amore di Dio, della comunità cristiana, della Chiesa che può accogliere questi fratelli e ciascuno di noi, che ogni giorno veniamo e torniamo a casa con le nostre ferite. In questo modo uno si accorge che c’è una gratuità nella Chiesa, una sapienza, una generosità, anche se la parola gratuità in italiano significa una cosa che non vale. 

Le parole del vangelo: “gratuitamente avete ricevuto…” (Mt 10,8) spesso uno le attribuisce alle cose di scarto: te le regaliamo perché in fondo non sono le cose preziose, non sono quelle di cui dovresti cogliere la cura, l’attenzione e un inaspettato atteggiamento di cura nei tuoi riguardi. Per questa gratuità, questa generosità, questo dono della vita che dovremmo percepire, dovrebbe arrivarci una commozione, il cambio nel nostro cuore. La Chiesa è qualcuno che ci accompagna e ci sostiene; quindi fondamentalmente il cristiano è colui che testimonia la gratuità che riceve. 

Ieri ho celebrato un matrimonio, uno dei pochi under 30 e attualmente le persone ti prendono per scemo perché non ci sono i soldi, non c’è lavoro e perché non stiamo in una società che difende la famiglia. E quindi vedere dei giovani che hanno questo coraggio, insieme all’assemblea di giovani contenti che ha partecipato alla celebrazione, mi ha dato molta consolazione. È difficile che un giovane abbia questo slancio, perché oggi è sviato da tante cose assurde; la gente è fondamentalmente manipolata, confusa, proprio come pecore senza pastore. Questi giovani invece si fanno guidare e sono contenti! Ho detto ai ragazzi: preparatevi, perché così come quando Gesù vede queste persone che si stanno motivando, tra poco tocca a voi a fare i catechisti, a diventare sacerdoti, ma “pregate perché mandi operai per la sua messe”, non si riferisce ai preti, ma ai miei collaboratori che devono diventare esperti in umanità, come diceva San Paolo VI. 

Siamo in un’epoca in cui sta degradando la dignità umana, la sensibilità, l’intelligenza, la creatività delle persone e quindi la parrocchia diventa un luogo che è fondamentale per la tua vita, è un punto di riferimento, qualcosa che alimenta in te la cultura, l’esperienza, la spiritualità, la relazione. La parrocchia dovrebbe proprio servire a fare i cristiani e farli crescere come tali, perché questo salva il mondo. Questa è stata la missione dei 12, anche se tra loro c’era una mela bacata, non c’è mai il perfezionismo. Gesù li ha scelti, ma “sbaglia” pure Lui, perché alla fine di questo brano del Vangelo si chiamano i 12 per nome e tra questi c’è Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Sembra impossibile che Gesù abbia scelto una mela bacata e invece non è così: la nostra vita non è mai perfetta, assolutamente al riparo da qualsiasi pericolo; è sempre così fragile. Anche la comunità cristiana non possiamo immaginare che sia perfetta, che ci siano dei perfetti; e allora uno si arrabbia subito perché un fratello ti ha detto qualcosa e mandi tutto a quel paese. Noi abbiamo una missione grande, entusiasmante! Ci troviamo in una società che vive come una “bestia” e dobbiamo trasformarla in cristiani. Per far questo abbiamo bisogno di qualcuno che ci disintossichi, ci continui ad alimentare lo spirito cristiano, che non è dare gli alimenti; questo è un esempio, ma bisogna vedere come li dai. 

Allora, rallegratevi che Dio ci sta chiamando! Sentitevi chiamati anche attraverso le cose che vi dico io, perché Dio si manifesta attraverso i suoi pastori. E questo rispetto è Sapienza, non è abdicare la propria intelligenza: questo lo dice il demonio che ci fa dei discorsi eccezionali, intelligentissimi, solo che vengono da lui.