Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

18-01-2026 II Domenica del Tempo Ordinario di Fabio Pieroni

Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Ogni liturgia che noi viviamo ha una ricchezza inesauribile. Il Vangelo di oggi ci parla di due personaggi, cioè Gesù e suo cugino Giovanni ed in particolare di due definizioni con cui Gesù viene descritto da suo cugino: la prima è: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” e l’altra è: “io non lo conoscevo” che in realtà è una frase apparentemente esagerata, ma in qualche modo invece ci riguarda tutti. Ogni volta che noi celebriamo, preghiamo Gesù Cristo, ascoltiamo la sua parola, scrutiamo le scritture, impariamo delle cose nuove e ne scopriamo altre che non conoscevamo; per cui dobbiamo avvicinarci a Gesù come una sorgente inesauribile. 

C’è una differenza fondamentale tra “l’agnello che toglie i peccati del mondo” e “colui che toglie il peccato del mondo”; in particolare i peccati sono evidentemente dei frutti e il peccato è la radice che produce dei frutti malati. Quindi per toglierli è necessario operare direttamente alla radice. Bisogna decodificare il Vangelo per scoprire che in esso ci sono delle cose assolutamente fondamentali per la nostra impostazione della vita, per il nostro equilibrio psicologico, per la nostra motivazione a vivere; dobbiamo comprenderle. Nel libro Le confessioni di Sant’Agostino il santo dice: “sei tu che susciti in lui questo desiderio perché tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non  ha pace finché non riposa in te”. Il peccato è non conoscere Dio, rifiutarlo, accettare che non c’entri niente con la nostra vita, pensare che sia inutile indagare su di Lui, approfondire la sua presenza, il suo mistero, anzi, più ce ne sbarazziamo e meglio è: questo è il peccato del mondo. Siamo in una cultura che ci induce a farci una risata su Dio, a non indagarlo, a non prenderlo sul serio e questa sarebbe la radice di tutti i mali secondo il Vangelo, ma non secondo noi. Sembra che credere o non credere in Dio, conoscerlo o non conoscerlo non c’entri niente con un matrimonio, con una relazione di equilibrio, con una cultura di morte o una cultura di vita; e invece c’entra. 

Nietzsche spiega nel suo libro “La gaia scienza” cosa succede quando una persona manda via Dio dai propri discorsi, dalla propria settimana, dai propri pensieri:  “che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?”; vuole dire che la terra legata a Dio (che sarebbe il sole) l’abbiamo tagliata e questo è il peccato, cioè fare a meno di Dio. E continua: “Dov’è che ci muoviamo? … Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi uno spazio vuoto? Non si è fatto sempre più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?”. Il filosofo sta dicendo: c’è ormai un diritto, un giusto, un falso? L’amore e l’odio che cosa sono? Togliendo Dio, si toglie tutto il parametro per poter ragionare ed è anche questa la ragione per cui tanta gente è sconclusionata, angosciata, impaurita, squilibrata. Dobbiamo avere un punto di riferimento ed ogni uomo ha bisogno di questo punto che è strutturale; questo bisogno non ce l’ha solamente il cristiano. 

“Ci hai fatti per te”, dice Sant’Agostino: ha scoperto che ogni uomo è stato fatto per conoscere e per amare Dio, perché solo quando qualcuno lo scopre, può riposare, può essere veramente sé stesso. Questo è un punto fondamentale e spiega perché “questo è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, introducendo un’immagine che è quella dell’agnello e che è la metafora di un mistero che Israele ha scoperto in parte nel Nuovo Testamento, perché attualmente Israele non riconosce Gesù di Nazareth come il Messia d’Israele, al contrario di tutta la Scrittura che indica Gesù come tale. 

Nell’Antico Testamento si parla spesso dell’agnello, ma non era chiaro chi poteva essere, perché la parola agnello si dice in ebraico “talìa”, termine usato anche per indicare il servo. La domanda che uno si potrebbe fare è chiedersi come mai viene usato lo stesso termine per indicare due cose diverse: l’agnello è una persona, è addirittura Dio che si fa uomo per entrare dentro questa separazione che divide l’uomo da Dio; nel peccato Dio ha aperto un canale per arrivare a noi, perché dentro di esso è entrato l’agnello, il quale è colui che toglie il peccato. Dentro di esso uno incontra la misericordia di Dio, incontra qualcuno che lo ama ingiustamente, in maniera immotivata; così scopre che c’è questo Dio, che è il Dio di Gesù Cristo, non è il Dio di Aristotele, della filosofia. E’ un Dio stranissimo, sorprendente, che mi comunica se stesso, mi ama fino in fondo, laddove io sono assolutamente lontano da lui! Questa esperienza è molto spesso sconosciuta, ogni volta è una cosa nuova. “Io non lo conoscevo” dice Giovanni Battista. Il profeta Isaia dice: “disprezzato e rifiutato dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53, 3.7) perché un agnello è stato sempre presente nella teologia di Israele. 

Ricordiamo il modo in cui Israele viene liberato attraverso la celebrazione della Pasqua, quando l’Angelo dice che bisogna prendere un agnello, mangiarlo durante quella notte e aspergere gli stipiti delle porte con il sangue dell’agnello; c’è un collegamento che con la  Quaresima, il triduo Pasquale e le Palme in cui noi scopriamo l’agire di Dio, che attraverso il male che noi gli facciamo, ci comunica il suo bene. Questa esperienza è assolutamente sensazionale; questa specie di shock stranissimo innesca in noi la conoscenza di Dio. 

Questo è il Vangelo che abbiamo voluto oggi contemplare: la presenza di Dio e la sua conoscenza (che è inesauribile) è la radice di ogni uomo che sia equilibrato, è la radice di una cultura che è ordinata a creare comunione, valorizzazione della dignità umana. Tutto nasce da qua; noi viviamo in un mondo in cui se mi piace una cosa, mi serve, ne ho bisogno, me la prendo. Ormai questi sono i ragionamenti e questa è diventata la nostra società. Il baluardo dovrebbero essere i cristiani, ma non baluardo politico, innanzitutto interiore: di fronte a tutta questa grande confusione, questa banalizzazione anche delle cose di Dio, delle cose religiose, noi dobbiamo reagire approfondendo le cose che stiamo dicendo insieme, perché questo è alla base dell’equilibrio psicologico e delle relazioni. Questa celebrazione ha voluto mettere sul tappeto dei vocaboli che corrispondono a delle esperienze che fondano l’esistere umano, perché quanto più uno è cristiano, tanto più è uomo. E non c’è nessun cristiano che non abbia una conoscenza di Dio e che non abbia avuto un’esperienza della misericordia dell’agnello, in modo che dentro il nostro peccato noi possiamo sempre vedere non il peccato, ma l’agnello; noi dobbiamo guardare l’agnello che sta dentro il nostro peccato, cioè qualcuno che ci sorprende, perché invece di schiacciarci verso qualche muro per distruggerci, ha la misericordia.

Giovanni Paolo II, in un libro che si intitola Memoria e identità scrisse proprio che il limite al peccato è la misericordia, il limite al mio male è la misericordia, cioè l’agnello. Allora quando io vedo l’agnello, a un certo punto mi fermo e Dio è paziente: possiamo fare peccati e ad un certo punto uno s’accorgerà che questo mistero lo commuove, lo modifica internamente. Io spero che per tutti noi questa esperienza si ripeta, si approfondisca, perché possiamo vivere facendo presente questo modo nuovo di vivere la vita, che è quello del cristianesimo.