«Davvero costui era Figlio di Dio!»

29-03-2026 Domenica delle Palme di Fabio Pieroni

MT 26,14-75.27,1-66

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti

e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento.

Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».

Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».

I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.

Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».

Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».

Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».

Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».

Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti,

perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.

Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Allora Gesù disse loro: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge,

ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».

E Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai».

Gli disse Gesù: «In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte».

E Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.

Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare».

E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.

Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».

E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?

Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».

E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».

E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti.

E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole.

Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori.

Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina».

Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.

Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!».

E subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.

E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.

Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.

Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.

Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?

Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?».

In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato.

Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.

Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale gia si erano riuniti gli scribi e gli anziani.

Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.

I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte;

ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni.

Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni».

Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».

Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».

«Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo».

Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia;

che ve ne pare?». E quelli risposero: «E' reo di morte!».

Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano,

dicendo: «Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?».

Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!».

Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire».

Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno».

Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell'uomo».

Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!».

Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!». E subito un gallo cantò.

E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all'aperto, pianse amaramente.

Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire.

Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.

Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani

dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!».

Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.

Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: «Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue».

E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri.

Perciò quel campo fu denominato "Campo di sanguè'fino al giorno d'oggi.

Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato,

e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l'interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose «Tu lo dici».

E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose attestano contro di te?».

Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.

Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta.

Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba.

Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?».

Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua».

Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù.

Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!».

Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!».

Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!».

E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli».

Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte.

Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto

e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: «Salve, re dei Giudei!».

E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo.

Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.

Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui.

Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio,

gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere.

Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte.

E sedutisi, gli facevano la guardia.

Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei».

Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo:

«Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!».

Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano:

«Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. E' il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo.

Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!».

Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.

Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra.

Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia».

E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere.

Gli altri dicevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!».

E Gesù, emesso un alto grido, spirò.

Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono,

i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono.

E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.

Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

C'erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo.

Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù.

Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato.

Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò.

Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l'altra Maria.

Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo:

«Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò.

Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: E' risuscitato dai morti. Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!».

Pilato disse loro: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete».

Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

Cosa stiamo facendo oggi? Una commemorazione, un’ostinazione di chi non si rassegna ad abbandonare delle cose che non hanno più senso? Siamo dei nostalgici, stiamo seguendo delle cose del Medioevo, qualcosa che è vintage, che è ormai superato? Oppure vogliamo proporre un programma politico, offrire una visione filosofica o richiamare tutti quanti a una condotta migliore, perché dovremmo essere delle brave persone e non lo siamo? Qual è il motivo? Se questa è una tradizione, una sacra rappresentazione, un teatro, allora noi dobbiamo rispondere più o meno come vi suggerisco io: innanzitutto, siamo qua perché siamo stati chiamati da Dio stesso, il quale è entrato nella nostra vita, come è entrato in quella di San Paolo, sconvolgendola; allo stesso modo è entrato nella vita di San Francesco e lo stesso Dio ha chiamato te e me. Questa è la più grande ricchezza che ci è capitata ed ha una storia, ha delle caratteristiche che tu dovresti ricordare e che ricorda ciascuno di noi: abbiamo ricevuto qualcosa di grande, che ci ha strappato da una visione piccola, micragnosa, schiava di una serie di paure che piano piano stanno venendo meno, perché Cristo è risorto e vive in mezzo a noi. Noi abbiamo potuto sperimentare innanzitutto che cosa è la gloria di Dio, cioè la sua passione: è l’amore che Dio ha per me, per te e per lumanità; quando arriva, trasforma, divinizza ed è una piccola testimonianza dell’assemblea che siamo.

Questo altare, i canti, le macchine ordinate, voi che non fate neanche un rumore, che siete tutti tranquilli sono un miracolo di Dio. Già questo è un frutto enorme di una civiltà di cui parlava Paolo VI quando inaugurò questa espressione, dicendo che il Vangelo porta un frutto, che è la civiltà dellamore. Questo lo stiamo vedendo nella realtà in cui viviamo, che non è solamente il cristianesimo; esso ha vari sinonimi, come per esempio quello di parrocchiano, che ha una oikia(para” “oikia, parrocchia), cioè la sua casa che cammina in questo mondo come in un deserto; in esso ha delle risorse, degli insegnamenti che sono Gesù Cristo stesso che abita in noi. Inoltre siamo anche dei testimoni. Chi è un testimone? E’  colui il quale rispecchia, riflette come uno specchio qualcuno che lo ama, che lo anima, che non lo lascia; oggi Cristo è fiero di questa realtà e si compiace per aver potuto dare tutto il sangue, tutta la sua vita e l’ha affidata a me, ai sacerdoti, perché noi possiamo trasmetterla a voi.

Per questo San Paolo nella lettera ai Corinzi dice caritas Christi urget nos(2 Cor 5,14): la carità, l’amore che Cristo ci ha comunicato, che ci ha sciolto il cuore, ci ha trasformato e ci sta cambiando, malgrado tutte le nostre fragilità, ci spinge. È una grande responsabilità di un mondo nel quale, come diceva tanti anni fa San Giovanni Paolo II, in questo secolo che muore c’erano persone che insegnavano a odiare altri, che insegnavano solamente a guardare la loro vita concentrandosi sullo sport e sul calcio. Mi sembra un popoco, perché io non sono nato per essere solo un tifoso di una squadra di calcio; invece molta gente purtroppo è schiava di questo orizzonte veramente minimo, non ha il diritto di vivere in questa realtà così micragnosa.

Quindi questa testimonianza è stata affidata a noi; tanto è vero che ieri vi ho inviato a fare la benedizione delle case: siete andati casa per casa, entrando dentro queste palazzine e cercando di accendere una piccola fiammella in questa realtà, in questa società che si spegne, che vive nella tenebra, nel grigiore, nella noia. Noi siamo testimoni che qualcosa è successo:non è la salvezza di chi vive in questo mondo il Paradiso, però abbiamo esperienze sufficienti per dire che Cristo non è un filosofo del passato, ma un vivente che ci ama, ci aiuta, ci consola, ci sostiene. Oltre a questo, ci sta portando verso la vita eterna, verso il Cielo, verso il Paradiso; mentre camminiamo, germogliano in mezzo a noi dei frutti nuovi.

Io credo che il frutto più grande sia quello di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani, alcapitolo 13, quando dice che una volta che io ho visto la gloria di Dio, cioè il suo amore, la sua parola, il suo Spirito, il suo sangue, allora: non abbiate tra di voi, se non il debito di un amore vicendevole. Questo significa che tu non puoi essere unabestia, dopo che hai visto Gesù Cristo; mi spiace utilizzare questo vocabolo, ma non puoi mandare a quel paese tua moglie, non ci stanno ragioni per fare il pazzo, per fare la matta, se tu sei cristiano, se tu hai ricevuto il perdono dei tuoi peccati. Quello che abbiamo ricevuto da Dio dobbiamo custodirlocome uno scrigno; invece siamo costantemente derubati dai ladri di questo Spirito, da questo mondo tenebroso che ridimensiona, svaluta, ridicolizza tutto quello che facciamo.

Il fatto di stare qua anche con i sacerdoti e vivere in comunione è un dono dello Spirito Santo, una testimonianza della risurrezione, della vittoria sull’egoismo che ci schiavizza, che ci inchioda su noi stessi; ci testimonia che è possibile uscire fuori di là. Eimportante che inquesta settimana che inizia e che conclude la Quaresima voi cerchiate di capire cosa avete a che fare quello che vi sto dicendo. Non è possibile che in noi serpeggi questa tenebra, questo odio, questo egoismo, ma dobbiamo subito rinnegare il male nel quale diventiamo sacerdoti.

Quindi io vi invito proprio a godere di questa celebrazione, come il luogo in cui noi dobbiamo e possiamo ogni volta lavare le nostre anime; è importante che riusciate a vederci chiaro e portare alla mente tutto il bene che Gesù Cristo ci ha fatto fino al sangue. Non basta volerti bene, bisogna metterci il sangue, perché altrimenti non ti muovi dentro; questo nonperché sei cattivo, ma perché c’è un mistero di estraneità, di lontananza di resistenza, di chiusura, in cui il demonio ci ha ormai imprigionati. Gli unici che capiscono e credono che ci sia questa opera di Gesù Cristo siamo noi in questa parrocchia, in questo quartiere, in questo luogo. Noi abbiamo Cristo risorto e lo vediamo già nei nostri fratelli; siete già voi un grande tesoro. Vi ricordate che a un certo punto il grande magistrato romano, quando domanda a Lorenzo di fargli vedere le sue ricchezze, lui chiama questa gente cenciosa che erano i suoi parrocchiani; pensa di essere stato preso in giro e lo fa ammazzare. Quello che è vero è che la ricchezza di una parrocchia sono i cristiani, siete voi. Allora riprendiamo forza; non possiamo allearci con il cattivo umore perché qualcuno non ci ha capito, ma dobbiamo vivere la nostramissione che è eccezionale.

Al Palazzo del Senato c’è una mostra, in cui stanno esibendo un ritratto dipinto da un grande pittore che si chiama Antonello Da Messina; tutta larte, quando è bella, è ispirata dallo Spirito Santo. C’è limmagine dell’”Ecce Homo in cui si vede un uomo che ama: è una novità assoluta, perché non è normale che una persona perdoni e faccia quello che state facendo voi qua; è un frutto del quale mi rallegro e di cui veramente ringrazio Dio.

Allora entreremo dentro la ricchezza straordinaria di questi giorni, perché riceveremo delle parole, delle esperienze che ci modificano, ci pacificano, ci spingono, ci rilanciano in una vita che spesso è valutata da noi come una fregatura; siamo noi che dobbiamo portare la vittoria sulla morte che incombe, che ci accerchia, ci umilia e ci contesta. Allora Cristo con la sua passione ha attraversato queste obiezioni ed è risorto perché in noi ci sia questa novità.

Stiamo amministrando questo tesoro che ci è stato affidato e ringrazio anche tutti i catechisti, i miei collaboratori: abbiamo in mano la cosa più preziosa; non c’è qualcosa di più di quello che facciamo nei confronti di questi bambini, dei ragazzi, dei giovani, degli adulti, perché è un lavoro fantastico.

Voglio riprendere la frase che diceva San Giovanni Paolo II: nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunanze  oceaniche per imparare a odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. Oggi siete qui per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione. Siamo inuna società bestiale e dobbiamo cambiarla.