Gv 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Nella prima lettura si racconta un episodio accaduto sul monte Sinai (siamo nel deserto del Sinai): Israele è appena uscito dall’Egitto (sono trascorsi circa due mesi) e fa questa litigata pazzesca con Mosè e con Dio; arrivano dei serpenti che mordono ed avvelenano e Mosè riceve un comando da parte di Dio che è quello di prendere un’asta per innalzare un serpente di bronzo. In quella zona ci sono delle enormi miniere di rame con il quale gli Ebrei facevano gli strumenti del tempio; quindi il comando di Dio è di realizzare questo serpente di bronzo o di rame (perché il bronzo è una lega che si fa con il rame) affinché chiunque lo guardi rimanga in vita, la riceva.
Poi abbiamo ascoltato il famoso inno, che si chiama “inno della kenosis”, nella lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi, laddove si parla di questa discesa, di questo svuotamento (è stato tradotto così): anticamente veniva chiamata spoliazione, per ricordare un po’ il battesimo, dove Gesù si spoglia della sua natura divina, diventa uomo, schiavo e condannato a morte: “alla morte di croce. Per questo Dio lo ha innalzato e gli ha dato il nome che è più grande di ogni altro nome” perché chiunque crede in lui non muoia.
Infine abbiamo ascoltato questo brano del Vangelo di Giovanni che ci parla di un pezzettino del discorso che Gesù fa a Nicodemo, quando gli sta per dire come una persona può diventare un novità, una persona nuova: da una persona anziana che perde la vita, che sta morendo, una persona mortale si può ricevere la vita eterna.
Queste letture sono il nucleo di questa festa che si chiama “Esaltazione della Croce.” Ora se io facessi qualche domanda, ciascuno di voi parlerebbe della propria croce (io ho un sacco di croci, mio marito è una croce, ecc.); poi non solamente devo vedere la croce, ma soprattutto devo essere contento, perché la mia croce deve essere bella, mi devo convincere: do qualche testata al muro e mi convinco. Per cui non solamente devi avere la tua croce, ma conseguentemente devi assolutamente impegnarti a fare qualcosa che renda bella la tua croce, perché di per sé fa schifo, è la tua maledizione. E’ niente di tutto ciò.
Allora proviamo a entrare in questa festa. La parola esaltazione è tradotta male: il latino “exsaltatio“ non significa fare un brindisi, esaltare, come in italiano, ma significa innalzare, rendere visibile. Infatti, il comando di Dio nell’antico testamento dice: “chiunque guarderà il serpente di bronzo su questa asta verrà salvato”; parla di guardare. Nel Vangelo di Giovanni si dice che: “il Figlio dell’uomo deve essere innalzato”. L’innalzamento viene fatto perché io possa guardarlo, possa vedere. Questo, nel Nuovo Testamento, è un verbo molto complesso; tanto è vero che nel Vangelo di Giovanni può essere detto in tre modi diversi: “orao” che significa guardare una cosa di sfuggita, blepo che significa fermarsi un attimo, theoreo che significa invece guardare quello che c’è dentro, il mistero; c’è qualche altra cosa là dentro. Allora questa per noi è una festa nel senso che abbiamo bisogno di ricominciare: tante volte noi passiamo dal theoreo, dal guardare profondamente le cose, a tornare ad essere distratti e tornare a guardare in maniera sbrigativa; succede anche in un’esperienza di fede (io la conosco, già ho capito tutto) e pian piano uno regredisce a questa modalità sbrigativa, superficiale che noi abbiamo di vedere anche le cose di Dio. Mentre invece magari una volta abbiamo colto qualcosa di nascosto che è stato importantissimo per noi.
Questa festa ci dice che non dobbiamo guardare quello che dobbiamo fare noi, ma quello che già ha fatto Dio in Gesù Cristo: non solamente quello che ha fatto duemila anni fa, ma quello che Lui è per te e per me: è la vittoria sulla morte, è l’amore fino alla croce; quando questo arriva a me, alla mia consapevolezza, mentre io contemplo questa realtà, mentre ascolto, mentre celebro, mi arriva un raggio di questa verità ed io risuscitò da morte. La mia risurrezione è fare contatto con l’amore che Dio, in Gesù Cristo, ha manifestato a me e a te quando ha iniziato il suo percorso di fede: per ognuno di noi ci deve essere stato sicuramente questa intuizione soprannaturale che ha fatto contatto con qualcosa di perduto, di brutto, di morto, che ci ha rimessi in piedi inspiegabilmente, perché l’amore di Dio è Dio che è amore fino alla croce che oggi noi vogliamo e dobbiamo guardare; se questo sguardo noi lo perdiamo, non possiamo camminare, non possiamo credere che anche la nostra difficoltà, la nostra sofferenza possa avere una strada unita a Cristo. Siamo impotenti, siamo travolti dalla difficoltà che la vita ci impone: alla base, la prima cosa per ricominciare è rendere chiaro il Vangelo, che è l’annuncio di quello che Dio sta facendo per me, quello che Lui è per me in questo istante, cioè amore totale. Lui è totale amore per te e per me, fino alla croce!
Anche l’Eucarestia che stiamo per celebrare parla di qualcuno che trasmette la vita a chi è morto. Allora a chi qui oggi è venuto mormorando, litigando, affaticato per i suoi peccati, per i peccati degli altri, io gli dico, come dice Gesù: “guardami!”. Questa parola meravigliosa l’abbiamo ascoltata anche nei sette segni, (quando abbiamo approfondito l’ultimo segno): si parla di un guardare (che però è spirituale) non quello che devo fare io, ma quello che qualcun altro ha già fatto, sta facendo e vuole fare. Vuole che noi riprendiamo questa consapevolezza, perché questo è Dio stesso, è eternità, è pienezza in ciascuno di noi. E’ quindi possibile che si riaccenda in me questa realtà, che è la comunione con Dio che ci arriva attraverso la stoltezza della predicazione (che è quello che sto facendo io) che pretende, attraverso un discorso, di veicolarvi Dio che è amore, che è vita eterna. La Chiesa, insieme con San Paolo, è convinta che Dio siccome ci ha invitato ad annunciare questo amore, si rende presente nell’annuncio dentro il cuore tuo e mio; questa risurrezione ti rimette in piedi, ti dà la voglia di campare, di ricominciare. Senza questa vittoria sul nulla che ci insegue, noi siamo finiti.
Quindi beati voi oggi che state qua, perché questa predicazione è fondamentale nel senso che dà fondamento al mio essere discepolo, al mio approfondire, incuriosirmi, innamorarmi delle cose che mi vengono dette, alla disponibilità, alla malleabilità che io posso avere: un’energia nuova che mi viene trasmessa per fare i conti con la quotidianità che mi aspetta, con tutte le sue fatiche, i suoi contrattempi, le sue difficoltà. Tutto questo, senza questo amore di Dio, diventa materia di mormorazione, di scoraggiamento, di contestazione nei riguardi di Dio e dell’esistenza stessa di Dio.
Quando Gesù quando parla con Nicodemo e gli dice: “come Mosè innalzò il serpente del deserto, è necessario che sia innalzato il figlio dell’uomo” riprende una citazione fondamentale del libro del profeta Zaccaria: “guarderanno a me, a colui che hanno trafitto”. Davanti ai miei peccati, alla mia superficialità che rovina le cose e che sono simboleggiati dalla presenza di Dio, Lui risponde prendendo questo veleno. Noi dobbiamo guardare l’azione di Dio: questo rimette in piedi tutta la nostra esistenza! Quindi questo guardare è un esercizio ed in realtà Giovanni lo traduce con avere fede, che è quell’atteggiamento di chi contempla, di chi vede nello Spirito l’azione stessa di Dio che mi promuove internamente. Ecco, io spero che questo avvenga a ciascuno di voi.
Questa convinzione era presente anche negli inni che venivano cantati dai primi cristiani; ce n’è uno di Ippolito che voi forse già conoscete e che dice così: “la croce gloriosa del Signore risorto è l’albero della mia salvezza, di esso mi nutro, di esso mi diletto, nelle sue radici cresco, nei suoi rami mi distendo. La sua rugiada mi rallegra, la sua brezza mi feconda, alla sua ombra ho posto la mia tenda. Nella fame l’alimento, nella sete la fontana, nella nudità il vestimento. Angusto sentiero, mia strada stretta, scala di Giacobbe, letto di amore dove ci ha sposato il Signore. Nel timore la difesa, nell’inciampo il sostegno, nella vittoria tu sei la corona”. Questo inno è dei primi secoli ed i cristiani guardavano la croce di Cristo, cioè l’amore di Dio, non la sua sofferenza, ma la sofferenza fino alla croce, il suo amore fino all’estremo, che la Chiesa ha rappresentato attraverso il crocifisso, ma noi potremmo rappresentarlo in altri modi. All’epoca questo supplizio che Gesù aveva subito è diventato l’immagine fondamentale che noi dobbiamo imparare a leggere ogni volta. Infatti, non possiamo fermarci a guardare quanto Lui ha sofferto e adesso devo soffrire pure io; questo è smontare tutto il discorso che ho fatto precedentemente. Non è facile tenerlo vivo, perché in noi c’è tutta una precomprensione religiosa che ci porta a distorcere le cose che sto dicendo, a non crederle, a non comprenderle: c’è un combattimento, perché le tenebre dentro il nostro cuore ci dicono che non c’è niente, che siamo fregati, che tutto è uguale, che è sempre la stessa solfa e c’è qualcuno che vuole smentire la verità che vi sto proclamando. Difendiamola e ripartiamo in questo anno con questa parola, con questa festa che innalza (perché noi la contempliamo) la verità di Dio per noi.