Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!

12-10-2025 XXVIII domenica del Tempo Ordinario di Fabio Pieroni

Lc 17,11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, allinfuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va; la tua fede ti ha salvato!»

Nel vangelo si dice che Gesù fa un viaggio che in realtà risulta strano, perché se sta andando a Gerusalemme, come fa a passare dalla Samaria alla Galilea? Dovrebbe passare dalla Samaria alla Giudea, avendo chiara la geografia della Terra Santa; questo è un aspetto particolare e lo lasciamo lì. Facendo questo percorso, ad un certo punto si avvicina ad un villaggio dal quale escono fuori 10 persone (10 è un numero di pienezza). Questi 10 personaggi avevano una malattia, erano lebbrosi: si dovevano chiudere in sé, non potevano parlare con nessuno, erano esclusi dagli amici. Soprattutto un lebbroso perde la sensibilità alle mani e ai piedi, e quando cammina, sbatte e non si rende conto, sanguina, non sente il dolore e quindi perde i pezzi in un qualche modo.

Cè un altro particolare interessante perché dice che uscivano dal villaggio, ma i lebbrosi non possono uscire dal villaggio, in quanto n vi potevano neanche entrare, e pure questo aspetto lo vediamo un po’ insieme.

Adesso mi fermo un attimo per parlarvi di un grande personaggio che si chiamava Naamàn il Siro, cioè colui che veniva dalla Siria ed era il braccio destro del re Assiro; ad un certo punto si rende conto che, malgrado la sua potenza, aveva una malattia incurabile che era sempre la la lebbra. Questo Naamàn va in Israele, perché prima avevano catturato e tratto in schiavitù due persone, tra cui una donna, la quale gli aveva detto che se fosse andato in Israele, avrebbe trovato un profeta che si chiama Eliseo, il quale lo avrebbe guarito. Per cui lui va in Israele e si fa dire dov’è l’abitazione di Eliseo; questo viene raccontato in un libro della Bibbia che è il secondo libro dei Re, al capitolo 5. Quando Eliseo viene a sapere che questo personaggio conosciutissimo in tutto il mondo avrebbe bussato alla sua porta, manda il suo servo a dirgli che se si fosse immerso 7 volte nel fiume Giordano, sarebbe guarito. Naaman si arrabbia e dice: come mai, visto che sono così potente, non è uscito personalmente, ma mi manda il suo servo? E poi gli viene detto di immergersi nel Giordano che è un ruscellino, un fiumiciattolo, rispetto ai grandi fiumi della Siria, che sono il Parpar e l’Abana. Naaman anche se si arrabbia con Eliseo che gli dice di bagnarsi 7 volte, lo fa e guarisce.

Se io ti chiedo come stato tuo figlio o tuo marito e mi dici così così e io ti consiglio di frequentare il corso post-patrimoniale, tu dici di no. Alcuni dei vostri figli lo scorso anno hanno fatto la prima comunione e quando vi abbiamo chiesto se vi erano piaciuti i 2 anni di catechismo avete detto che è stato bellissimo, i ritiri vi hanno fatto piangere, la celebrazione finale, è stata meravigliosa, è andato molto bene. Però se ti propongo di vederci a settembre per continuare, la risposta è no. La gente lascia a metà questo discorso, mentre questo tizio invece obbedisce, si fida e per 7 volte fa una cosa stupida, che gli serve, e recupera la sua salute: ma questo non gli basta, non gli basta avere un cristianesimo che lo aiuta a risolvere un po’ dei problemi con se stesso, con la moglie, con la suocera. Lui ad un certo punto capisce che qua c’è qualcosa di straordinario, c’è un intervento di Dio; questa esclamazione e questa intuizione è la stessa del Samaritano, il quale è uno dei 10 che si rende conto che qui c’è più di una persona che ti dà un consiglio, ma c’è Dio stesso. Bene, questa scoperta si chiama la salvezza. Fino a quando noi cerchiamo la salute, cioè la soluzione per i nostri problemi, siamo in un cristianesimo minimalista, molto superficiale. Dobbiamo arrivare a fare quello che Gesù loderà nel Samaritano e gli dice che non si è trovato nessuno degli altri 9 che venisse a rendersi conto che quello che io gli ho fatto sperimentare è un’azione di Dio, in modo che lui viene a rendere gloria. Rendere gloria non significa ringraziare, ma scoprire, intuire, toccare con mano che dentro questa realtà così inaspettata, perché così banale, c’è un’azione di Dio.

La cosa banale è venire alla Messa, ascoltare i dieci comandamenti, sentire le catechesi, immergerci dentro qualcosa che apparentemente sembra inutile e invece non è così. Cosa fa questo collegamento, questa obbedienza di Naamàn, il generale Siriano, ma anche di ciascuno di noi? Cosa produce in noi? Produce una guarigione a un livello molto profondo, perché questi 10 lebbrosi che escono dal villaggio sono l’immagine della radice del male che abita ogni generazione, anche la nostra. La nostra generazione, avendo perduto il contatto con Dio, dentro di sé è profondamente scollegata dalla vita nuova; allora abbiamo bisogno di rispondere a questa situazione problematica che non è pessimistica, non è solo vedere che l’uomo è lebbroso, che la generazione che viviamo è lebbrosa, che Dio non gli fa più né caldo né freddo, che non abbiamo il senso di Dio, che non c’è il senso della comunione.

Se Gesù entra dentro il villaggio, la città nella quale noi siamo, fa venire fuori il suo male più profondo che è non mettere Dio al primo posto. Ma come si fa? Bisogna ricevere Eliseo che ti invia delle indicazioni e, nella misura in cui vengono seguite, ci viene comunicata una risorsa che è quella che noi stiamo sperimentando, di una vittoria contro l’insensibilità, la solitudine, la chiusura, l’incapacità di goderci le cose che Dio ci dà. Un lebbroso spirituale questo non ce l’ha e spesso noi regrediamo in una forma di malinconia, di chiusura; allora bisogna immergerci di nuovo per 7 volte, 5 volte, 2 volte … dipende da quello che Dio ti dice attraverso il profeta Eliseo che ogni tanto si presenta anche non personalmente, ma attraverso il suo servo.

Nella misura in cui noi ci fidiamo, ci apriamo, ci immergiamo dentro queste acque del fiume Giordano, che è il fiume del Battesimo, questa lebbra (che sempre serpeggia nell’umanità per contagiarci nuovamente) viene guarita; noi riceviamo la salvezza che non è più una salute, ma è cogliere dentro queste indicazioni pratiche l’azione stessa di Dio che ci dà un’efficacia, un’esperienza di una vita nuova che noi possiamo vivere in maniera liberata dai condizionamenti di questa malattia che è la nostra natura umana prigioniera del peccato. Questa è l’idea che ha San Paolo e che ha anche Gesù.

Bene, queste sono le indicazioni per questi bambini che continuano il loro catechismo delle comunioni, delle cresime, ma anche per voi che state qua: immergerci la mattina della domenica nella messa oppure partecipare al Laboratorio; abbiamo iniziato adesso i Comandamenti il lunedì: è possibile che tu pensi di farli il prossimo anno, ma forse non ci saremo più, ce ne saremo andati; devi farlo adesso.

Naamàn dice ad Eliseo: io non lo faccio e poi lo fa. E’ chiaro che c’è un senso di ribellione perché noi vorremmo bastare a noi stessi, vorremmo risolvere le cose il più veloce possibile, invece l’indicazione che Dio ci dà, è diversa. Nella misura in cui noi obbediamo, ci fidiamo, sperimentiamo la salvezza.