Accresci in noi la fede!

05-10-2025 XXVII domenica del Tempo Ordinario di Fabio Pieroni

Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Oggi abbiamo ascoltato questo grido del profeta Abacuc: “fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”. Questo mi sembra la manifestazione di ieri, con tutto il grido che noi ascoltiamo finalmente in maniera così forte in questi giorni drammatici, che si eleva da una situazione di strage, di devastazione, di morte e dove c’è una disumanità che non immaginavamo di poter vedere, di poter immaginare; questo è un primo punto che mi sembra molto evidente da sottolineare in questa liturgia. Nello stesso tempo noi potremmo obiettare: ma allora che state facendo qua? Fate il catechismo, ma andiamocene, svegliamoci! No, siamo qua perché Gaza è evidentemente la punta di un iceberg, cioè la conseguenza di tutta una serie di disumanizzazione in atto da anni, come per esempio le fake news dove uno non sa più che cosa è vero e cosa è falso; non c’è un garante, non c’è più il diritto civile, penale, internazionale; non c’è più la capacità di rispetto a livello umano; siamo in un momento di grande disgregazione delle radici dell’umanità sana che sono state coltivate durante i secoli e che in pochissimo tempo ci ha prodotto e ci sta facendo vivere questa amarezza. Allora noi che facciamo qua, ci stiamo alienando, ci siamo stordendo? No, noi stiamo facendo quello che diceva San Paolo a Timoteo: “carissimo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te per le mie mani”; cioè noi stiamo cercando di preparare e di proporre qualcosa di diverso a tutti noi e a tutta la gente che è ferita non solamente dalle bombe che fisicamente uccidono e rendono mutilati un sacco di bambini, di persone (non solamente a Gaza, ma anche in Ucraina), ma anche dalle ferite psicologiche e spirituali che stanno demotivando la gente e stanno spaventando, stanno rendendo ciniche le persone.

Di fronte a questa desertificazione dell’anima, noi continuiamo a coltivare il Vangelo nelle persone, nella gente, perché ognuno di noi abbia una capacità, come diceva San Paolo: “Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro Dio”, cioè non ti vergognare di dire che vai in parrocchia a chi ti conosce, ma rispondi che vai per continuare un’opera di discernimento, di maturazione, di edificazione. Dove tutti distruggono, dove c’è in atto una grande catastrofe che interessa tutti (anche i giovani oltre agli anziani) e non abbiamo risposte, esse vanno estratte da questa realtà in cui Dio è presente che è la Chiesa, la parrocchia, il Vangelo. Infatti San Paolo dice: “non ti vergognare neanche di me che sono in carcere per lui; ma… soffri anche tu insieme con me per il Vangelo… Prendi come modello le sane parole che hai sentito da me”. Abbiamo bisogno di modelli; per questo abbiamo un sacco di catechisti che portano avanti un’iniziativa che non è da ridicolizzare; gli unici che fanno formazione, che difendono la dignità umana in realtà siamo noi, che lavoriamo proprio per questa finalità, per questo obiettivo.

Prendi come modello le sane parole che hai udito da me – questo non è superbia – “ e… custodisci il buon deposito che ti ho trasmesso con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi”. Ecco che allora noi ci ritroviamo dentro la realtà non solamente per piangere, per spaventarci, ma per difendere e far crescere un modo di esistere che dà ragione, che può affrontare le obiezioni che la vita ci fa e che ci dice che è inutile campare, che è del tutto ingiusto e basta, che esiste solamente questa devastazione. A questo proposito abbiamo ascoltato il Vangelo che è molto complicato perché a un certo punto gli apostoli davanti a questa situazione di distruzione dicono: “aumenta la nostra fede, cioè la nostra fede è insufficiente per poter affrontare tutte le obiezioni che ci fa la vita, che viviamo. Il Signore rispose: se aveste fede quanto un granello di senapa potreste dire a questo gelso sii sradicato e trapiantato nel mare”. Il Vangelo di Matteo aggiunge: “se aveste fede quanto un granello di senapa, potreste dire a questo Monte spostati ed esso vi ascolterebbe. Allora la domanda è: perché dice potreste dire e non dice potete dire? Perché io vi ho insegnato le cose giuste – dice Gesù – perché questo è inutile, è del tutto ridicolo spostare un gelso, sradicarlo e metterlo nel mare, è una operazione spettacolare, di forza, ma noi dobbiamo fare una cosa più difficile ancora. La Chiesa deve fare una cosa più spettacolare, più difficile, più impossibile da immaginare: è fare in modo che la fede accenda in noi la carità, che è questo pezzo di cielo nel cuore di ciascuno di noi, che ci abilita a vivere in una maniera nuova.

C’è una maniera positiva che è quella di chi vive facendo quello che deve fare. Gesù dice: “siamo servi inutili, ma non sta dicendo che colui che lavora per avere un salario sta facendo una cosa inutile e peccaminosa. La Chiesa sempre nelle encicliche sociali ha sottolineato la necessità di un giusto salario; per cui chi vive, chi lavora per avere un salario, una ricompensa, sta nella giustizia. Gesù sta dicendo però un’altra cosa: che c’è un modo di lavorare, di operare, di prendere iniziativa che non è legato all’utilità, cioè alla ricompensa che ti viene data in maniera adeguata, ma c’è un modo di vivere di chi non lavora per avere le ricompense (e quindi essere soddisfatto quando il nostro portafoglio giustamente si riempie), ma che nasce dalla carità, che abita già in noi e ci consente di vivere con un entusiasmo che prescinde dall’applauso, dal riconoscimento, dalla ricompensa. E’ questa l’anima della nuova umanità che il cristianesimo vuole inaugurare nel mondo: nei Vangeli è presente costantemente questo.

Vi ricordate quando per esempio Gesù dice: “riempite d’acqua le giare” in Cana di Galilea e loro che fanno? Le riempiono fino all’orlo. Nessuno gli ha detto di farlo, ma loro prendono questa iniziativa perché sono animati da una qualità che non è la simmetria, l’obbedienza che esegue il comando, ma è più profondo, è più ricco, più grande. Magari noi potessimo vivere così! Io vedo questa vita animata dalla carità per esempio dai catechisti, dai capi scout, da tutta questa gente che lavora sul giardino: è tutto gratis, è tutto figlio di un’iniziativa, di un entusiasmo che nasce dalla presenza di Dio in noi.

Dice San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “se anche avessi una fede tale da trasportare una montagna, ma non avessi la carità sono un bronzo che risuona”; il legame San Paolo lo fa in maniera molto chiara e quindi su questo noi dobbiamo lavorare: ecco perché facciamo tutto questo lavoro, perché un uomo senza la carità è un mendicante, sta sempre con la mano aperta, perché non gli basta mai. Questo lavoro viene svolto nell’anno pastorale dove il pastore, cioè il sacerdote, svolge insieme con i laici (che sono corresponsabili dell’evangelizzazione) un lavoro di trasformazione dell’uomo da creatura a figlio di Dio; è un’opera che oggi noi iniziamo attraverso delle attività che ci sembrano stupide: c’è la Cittadella scout, c’è l’oratorio, ci sono i 10 comandamenti (che stiamo ricominciando il lunedì), ci saranno le catechesi del cammino neocatecumenale, ci sono i battesimi, la preparazione alla comunione, alle cresime. Molti bambini non vengono segnati al catechismo perché c’è altro da fare, secondo loro, come giocare a pallone: l’allenatore dice che se anche piove e tira vento ci sono gli allenamenti e devi giocare, ma se il prete dice di andare al catechismo, assolutamente no.

Quindi noi dobbiamo difendere il Vangelo che vuole essere custodito in noi come diceva San Paolo: “ti prego e ti ricordo ravviva il dono che è in te per l’imposizione delle mie mani” perché facilmente ti viene derubato, ti viene relativizzato, non filosoficamente ma attraverso altre attività che sono apparentemente più importanti, più urgenti. Noi invece vediamo che ci sono una marea di giovani e meno giovani, ma anche persone anziane, che dentro un mondo così violento vengono attirati dal televisore: attraverso tutte queste immagini, queste notizie che si rincorrono e che si contraddicono, c’è un fenomeno di grande confusione, di destabilizzazione psicologica, sulla quale dobbiamo non uscirne, ma avere un equilibrio per non lasciarci completamente rimbambire. La parrocchia quindi è un centro di umanizzazione (perché l’uomo è Cristo) che significa trasformare una persona nel figlio di Dio; per fare questo realizziamo una marea di attività, più di quanto potremmo fare, perché siamo animati anche noi da questo granellino di senapa che sta producendo in noi la carità.