Io lo risusciterò nell’ultimo giorno

02-11-2025 Commemorazione dei defunti di Fabio Pieroni

Gv 6,37-40

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

Proviamo ad entrare dentro questo grande mistero di coloro che muoiono, del fatto che anche noi moriamo e quindi il tema della morte che per noi è un tabù, non se ne parla mai, non abbiamo le categorie. Tant’è vero che c’è un personaggio (come avete sentito nella prima lettura) che si chiama Giobbe, il quale ritiene inaccettabile la morte; il suo libro è lunghissimo, è di 50 capitoli: è paziente per 3 capitoli, per gli altri 47 va fuori di testa, non accetta quello che gli succede e comincia a strillare, ad insultare anche Dio. Poi Dio si affaccerà e gli parlerà. Giobbe è qualcuno che interpreta la nostra stessa indignazione, la nostra protesta di chi non riesce a fare i conti con questa realtà così brutale, così inaccettabile, così insostenibile che ci lascia a bocca aperta perché la morte toglie il senso alla vita: è la fine di tutto, tutto è inutile, tutto va a finire nel nulla, non c’è niente; invece noi possiamo dire il contrario, perché quello che dice Giobbe non è un urlo di disperazione, ma è una preghiera. Questo che stiamo dicendo è importante perché anche voi quando dovete rispondere a voi stessi riguardo alla morte dovete avere delle categorie, delle risposte; non potete rimanere senza parole come succede: se uno non ha una risposta a queste domande ultime, la sua fede va in mille pezzi.

Allora è provvidenziale anche che noi possiamo celebrare questa Eucarestia che riguarda la morte: come posso io cambiare sguardo davanti alla morte? Posso farlo, perché? Perché Cristo è risorto, ha vinto la morte e ci parla ogni domenica; questo è importantissimo perché noi viviamo la messa come un’azione dell’uomo nei riguardi di Dio, come una serie di preghiere che noi facciamo nei riguardi di un Dio che ha un punto interrogativo perché chissà se c’è, se ci ascolta, se è favorevole alla nostra vita oppure no. La liturgia cristiana è esattamente l’opposto, cioè un’iniziativa da parte di Dio nei nostri riguardi, nei miei riguardi attraverso la sua parola. Sentite che diceva il Salmo, quello che dice Gesù a me e a te per incoraggiarci: il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò paura? Il Signore cioè mio padre – è difesa della mia vita: di chi avrò timore? Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore”. La casa del Signore è il suo mistero, è Dio stesso; non sappiamo come noi vivremo questa unione attraverso la morte che ci introduce dentro questa realtà che nello stesso tempo oggi si raggiunge attraverso dei bagliori, delle parole, dei segni, attraverso lo Spirito Santo che attesta al tuo spirito che tu sei figlio di Dio.

Perché te lo attesta? Perché tu non ricada nella paura che hanno gli schiavi: quando uno ti parla della morte, del nulla, tu sei terrorizzato perché non hai nessun modo di rispondere. Invece, dice San Paolo che lo Spirito attesta al mio Spirito che io sono figlio di Dio, perché io non ricada nella paura che hanno gli schiavi della prigione; addirittura questa speranza, questa vittoria sulla morte già sta anche dentro la creazione che geme le doglie del parto. Se noi sapessimo quanto è grande quello che ci accade, quello che ci aspetta, quello che Dio ha preparato per noi come una grande sorpresa, potremmo dire che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. Significa che vale la pena vivere questa vita? Lo dice San Paolo. Dice che un giorno noi, quando entreremo in Dio, diremmo che valeva la pena, che Lui ha avuto ragione.

Questa è la speranza che hanno i veri cristiani, che sono i santi, dei quali ieri abbiamo celebrato la memoria. I santi sono quelli che hanno assimilato tutte queste categorie della fede nella loro esistenza, di modo che quando arrivano i problemi, possono rispondere come fece Teresa di Lisieux (che è una grande santa): io non muoio: entro nella vita”. Sant’Ignazio di Antiochia, quando avevano deciso di ucciderlo a Roma, diceva che sarebbe andato volentieri perché dentro di lui c’era una voce che gli sussurrava: Vieni al padre.

Quindi questa parola che vi sto dicendo è un farmaco contro il nulla, però è chiaro che noi dobbiamo assimilare, fare nostre queste indicazioni. Sappiate per esempio che ogni volta che noi recitiamo il credo, noi diciamo nell’ultimo articolo: aspetto la risurrezione della carne e la vita del mondo che verrà”. Noi lo diciamo così, ma questa comprensione della liturgia di Gesù Cristo deve diventare nostra; l’assimilazione di tutte queste descrizioni teologiche a livello esistenziale esigono una grande disciplina, un grande lavoro affinché noi non siamo sguarniti, non siamo solamente delle persone che questa roba la dicono con le labbra oppure la pensano attraverso la mente, ma che diventa carne della nostra carne.

Questo lo fa il laboratorio della fede e le comunità neocatecumenali. Per fare questo appunto abbiamo bisogno della preghiera, dei sacramenti, della confessione e di tanto altro. La parrocchia che cosa è? La parola deriva dal greco “paroikìa, che è una casa particolare: è una “oikìa parà, è il contrario di una casa. La casa fondamentalmente è stabile, è ferma, è inchiodata, è al terreno, invece questa è una “oikìa” cioè una casa che cammina, una carovana che sta facendo un pellegrinaggio. Noi stiamo dentro questa carovana e ogni volta che celebriamo l’eucarestia, celebriamo la vittoria sulla morte, l’attraversamento di questa morte che Gesù Cristo ha trasformato in un passaggio; questa carovana ci porta tutti quanti insieme verso una pienezza di tutto quello che noi speriamo, che ci auguriamo. Questa speranza non viene dalla nostra disperazione, ma dalla proclamazione che Gesù Cristo è risorto, che lui è vicino a te, che tutto si compirà.

A questo non possiamo arrivarci con la testa: noi dobbiamo accettare che certe cose che non capiamo, che non vediamo, che non dimostriamo, non è vero che siano inesistenti. Anche oggi nella fisica quantistica ci sono tante problematiche che molto spesso vorrebbero essere spiegate: ci sono tante cose che esistono, ma non si possono spiegare; non è vero che siccome io non posso spiegare certe cose, queste non esistono: esistono, ma non si capiscono. Quindi bisogna affrontare questa tematica insieme con Gesù Cristo e il suo Spirito perché coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio lo percepiscono come un Abbà, come un Padre, come qualcuno che gli sta vicino. E’ importante quello che dice San Paolo: quando noi pensiamo a Dio, lo pensiamo sempre ancora come un giudice spietato, irremovibile, acido, esigente e invece è un Abbà, un Padre che noi non abbiamo mai conosciuto, un Padre secondo la dimensione di Dio, la vera paternità. Tutti i papà della carne per fortuna deludono perché rimandano ad un’altra paternità che non ci lascia nella morte, come non ha lasciato il figlio suo e tutti coloro che Gesù Cristo ha voluto associare a questa avventura: essa lo ha portato ad entrare dentro la tragedia della morte che ha spezzato nella sua risurrezione; questo grazie al fatto che il Padre suo con le sue mani lo ha tirato fuori.

In ogni celebrazione delle esequie che io celebro c’è sempre una lettura che è tratta dal libro della Sapienza che dice: “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli stolti parve che morissero; la loro dipartita da noi fu ritenuta una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici”.

Quindi esistono le mani di Dio: un cristiano ci crede e questa fede viene dalla frequentazione della parola di Dio attraverso cui lo Spirito Santo può vincere lo spirito nel mondo che ci paralizza. “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo”, dice la scrittura, e parla di questa certezza che l’unica cosa che rimane è l’ingiustizia della morte. Anche oggi noi dovremmo pregare per i nostri fratelli: io ho mio padre e mia madre che ormai stanno dall’altra parte e bisogna lasciarli andare perché noi viviamo pienamente questa storia che ci è affidata, ma con un occhio sempre verso la meta che ci viene incontro.

Questa chiesa è stata costruita con l’idea che per capire il mondo nostro ci vogliono due realtà: la nostra vita non si capisce esclusivamente assolutizzando le cose che viviamo in questo mondo, ma dobbiamo servirci di alcune realtà che ci sono state rivelate da Dio stesso e che devono entrare nel nostro mondo. Questo è possibile attraverso non un lavoro speculativo nella mente, ma attraverso un lavoro che facciamo insieme: la celebrazione è fondamentale.

Quando noi diremo: santo, santo, santo”, i teologi sanno che questa preghiera la dicono coloro i quali stanno nella piazza d’oro della nuova Gerusalemme, della Gerusalemme celeste; per cui già noi cantiamo i canti che canteremo quando entreremo nella definitività della vita eterna, in cui Dio appunto ci aspetta. Quindi dobbiamo allenarci a integrare nel nostro mondo il mondo di Dio, il modo di vedere le cose invisibili. San Paolo dice che le cose visibili sono di un momento, le cose invisibili sono eterne” e dobbiamo ragionare così anche perché non solo noi dobbiamo affrontare la nostra morte personale, ma ci sono dei fratelli nostri che ci stanno accanto e che magari sono colpiti da una malattia: avere questo atteggiamento profondo di fede è necessario per sostenerli in questo grande combattimento, perché si compie un grande duello del quale parla la celebrazione della Pasqua. Quante volte noi abbiamo celebrato la Pasqua e lEucarestia: ci parlano di questa vittoria.

Quindi dobbiamo essere più consapevoli di prima di quanto queste celebrazioni sono importanti per il nostro orientamento, per le nostre ansie, per le nostre angosce che vengono vinte proprio da questo spirito che ti dice che tu sei figlio di Dio.