Il padrone gli condonò il debito

13-09-2026 XIV domenica del Tempo Ordinario di Fabio Pieroni

Mt 18,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:
«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello»

Penso che questo Vangelo sia uno tra i più famosi ed evidentemente c’è un discorso che Gesù sta completando, perché siamo nel capitolo 18 del Vangelo di Matteo. Domenica  scorsa abbiamo parlato della correzione; adesso Gesù prende l’occasione di una domanda polemica che gli fa Pietro: una domanda sarcastica, quasi infastidita riguardo a Gesù che sta parlando in una maniera tale da esagerare. Infatti il Vangelo dice: “in quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare a mio fratello se pecca contro di me?“. Già questo è importante, perché tante volte noi subiamo dei torti, mentre l’altro neanche se ne accorge. 

Peccare“ significa avere la volontà veramente di fare male ed è raro che succeda. Pietro nel parlare di sette volte è polemico e Gesù gli risponde: “non ti dico fino a sette” (così, sembra che stia tornando in sé); invece Gesù è più polemico di lui e gli dice: “ma fino a settanta volte sette”. Pietro rimane gelato, perché in realtà sta dicendo: fino a quando dovrò aspettare e finalmente sarò autorizzato a fare la strage? Molti di voi, quando venite da me a parlare di tuo marito che ha fatto questo, di tua moglie che ha fatto quest’altro, mi chiede il permesso di “sparargli”. Così se io accetto, significa che ti ho capito; è come se mi chiedi: quando è che finalmente puoi considerare che è arrivata la goccia che fa traboccare il vaso? Arriva questo momento? Mi chiedi di darti questa soddisfazione di scatenarti, di poter fare giustizia di fronte all’ingiustizia. 

Noi sappiamo che Gesù dice che noi facciamo una giustizia che consiste nel rendere giusto chi è ingiusto: la giustizia di Dio è quella che rende giusto l’ingiusto. Allora inizia questo discorso del perdono e Gesù dice: “a proposito: – e gli dice una parabola – il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti”. Cominciati i conti, c’è uno che gli deve 10.000 talenti;  però non avendo i soldi per restituirli, si mette in ginocchio, lo supplica ed il padrone “gli condonò il debito”; da lui arriva un altro che doveva 100 denari, lo supplica e lui non gli condona il debito. Condonare significa che pago io, ci rimetto io, ci metto io i soldi e rimetto le cose a posto: hai fatto un’operazione avventata in borsa? Il tuo cliente ci ha giocato sopra ed hai perso 700.000 euro? Ora come fai? Molta gente si suicida per queste cose. Immaginate che qualcuno paga per te. Sapete quanto è il valore di 100 denari? E’ mezzo chilo di argento; mentre l’altro ha ricevuto un condono del suo debito che ammonta a 350 tonnellate di oro: uno rimane annichilito di fronte a questo. 

Il problema è che la conversione consiste nel cogliere che c’è una grazia così grande che ti ha scampato da una vita che è morta e qualcuno invece ti ha dato la vita: ti ha dato 350 tonnellate d’oro, ti ha fatto diventare un re, una persona nuova. Quindi nelle persone che prendono coscienza di questa realtà c’è una riconoscenza, c’è un ambiente interno che si chiama misericordia: non è una “pacca sulla spalla”, ma è sentire che qualcuno ti ha rigenerato, ti ha dato vita mentre tu stavi morendo. Da questa esperienza inizia il cristianesimo, da questo assaggio della qualità di Dio che è scioccante; questo si chiama “primo amore”, cioè una qualità, un salto nell’evoluzione dell’amore che non è di questo mondo: è fondamentale che io faccia memoria di quello che mi è successo, affinché il mio cuore si disponga a prendere in considerazione un comportamento che non è quello immediatamente della carneficina: dentro di me c’è un ambiente che non sminuisce il danno commesso, ma lo gestisce in una maniera del tutto diversa. 

Allora, la cosa fondamentale è ricordare, fare memoria delle 350 tonnellate d’oro. Lo ricordava il Salmo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome… anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici”. Immaginiamo che noi non ci ricordiamo mai dei benefici di Dio, dei benefici delle catechesi, dei pellegrinaggi: va subito tutto dimenticato e lo perdiamo; quindi piano piano la nostra possibilità di misericordia si indebolisce, scarseggia. Continua così: “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia”. Te lo ricordi mai questo? Spesso pensiamo che non è successo niente, che il prete ha fatto quello che doveva, mi ha portato in pellegrinaggio ed ha fatto il minimo che doveva fare; non abbiamo nessun tipo di riconoscenza, è il minimo che mi si deve dare. Invece, continua il salmo: Dio “Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe”.

Questo ambiente si chiama la misericordia che è una relazione; in italiano purtroppo questa parola non dice la sua ricchezza. Viene invece spiegata molto bene in un documento scritto da San Giovanni Paolo II che si chiama “Dives in misericordia” (“dives” significa ricco), nella nota numero 52, che è in latino e quindi bisogna tradurla in italiano. Dice che la parola misericordia non è una qualità o una virtù o un attributo di Dio (per cui lui è misericordioso), ma ti fa entrare dentro la misericordia. La parola misericordia in ebraico tradotta in italiano parla del cuore misero, ma c’entra poco con quello che in realtà è il significato. Per questo il Papa vuole spiegarlo bene e analizza i due vocaboli che in ebraico stanno insieme: uno è “ḥesed” e l’altro è “raḥamim”. “Hesed” significa che c’è qualcuno che rimane legato a te, anche se tu trasgredisci l’alleanza. Quando è toccato a Dio, lui rimane nell’alleanza e lo fa secondo la logica del hesed che significa: io rimarrò comunque fedele all’alleanza anche se tu la trasgredirai; io rimarrò fedele a me stesso, non all’alleanza, ma rimarrò aperto nei tuoi riguardi, anche se tu mi sputi in faccia; significa fedeltà.

Rahamim” viene da “rehem” che è l’utero ed è quella relazione che ti restituisce, ti rigenera, ti consente di respirare la vita nuova, ti dà una chance nuova, è un legame viscerale della madre con il figlio. Questa esperienza è alla base di chi si potrebbe aprire a iniziare il percorso del perdono: non è come, ripeto, una “pacca sulla spalla”, ma una relazione nuova che si deve instaurare. La cosa fondamentale però è che tra di noi non ci può essere il momento in cui io sono autorizzato a distruggere tutto; se tu pensi questo, significa che la somma degli elementi che tu hai in mano danno come totale la fucilazione, ma hai calcolato male, non hai calcolato secondo Dio. Se questo per te non è importante e vuoi comunque la tua giustizia, allora io non posso fare più niente.

Quindi questa è una parola forte per tutti noi che siamo dei giustizieri e dei superficiali, che non ci ricordiamo mai niente, che viviamo una vita spirituale spesso molto superficiale; invece questa parola ti dice che è necessario che tu entri dentro il clima, dentro l’ambiente della misericordia: guarda quanto ti è stato dato, a te è stata data una vita diversa. Se tu 5, 6, 10 anni fa non avessi accolto l’invito a entrare nella Chiesa, sicuramente oggi la tua Chiesa sarebbe spenta. Guarda le tante cose belle che hai visto e hai fatto: non le sottovalutare, non le svalutare; ricordale come un patrimonio vivente che alimenta in te la voglia di vivere e anche di far vivere chi ti sta accanto. Una persona che ha vissuto, ha sperimentato l’incontro con Dio nella misericordia, non è così spietato, violento e crudele, perché gli è stato spezzato qualcosa dentro di sé.

Per questo noi dobbiamo riprendere questo discorso che oggi la Chiesa e il Vangelo ci hanno messo davanti, perché abbiamo bisogno di un farmaco che è la memoria, la preghiera, il ricordo della bontà di Dio che, come dicevo prima, è scioccante; se perdiamo questo, siamo già parecchio in pericolo. Quindi adesso noi riceveremo 350 tonnellate di oro attraverso l’Eucarestia, il corpo, la vita e l’accoglienza di Cristo; questo è quello che deve cogliere la nostra fede e che deve gustare e contemplare per rimanere nella misericordia e nel perdono.