La Manna nel Deserto (terza meditazione)

14-03-2020 di Redazione

Vasilij Grigor’evič Perov è lo stesso autore della seconda meditazione, quello del ritratto di Dostoevskij, uno dei più importanti artisti russi, attivo tra il 1860 e il 1870, professore alla Scuola di pittura, scultura e architettura di Mosca. Il dipinto su cui ci soffermiamo oggi è la “Troika”, che attira immediatamente la nostra attenzione sulle figure centrali del quadro. Sono tre bambini ritratti nel loro massimo sforzo di trascinare lungo una strada ripida e innevata una botte contenente acqua congelata. I loro volti sono stravolti, esausti per la fatica, ma in un supremo sforzo avanzano indomiti, legati saldamente l’uno all’altro, sostenuti dal comune desiderio di giungere al più presto alla mèta.

Il motivo della strada ghiacciata – interminabile, deserta, ostile – è un simbolo dell’arduo cammino della vita umana, che deve cimentarsi continuamente con disgrazie e difficoltà, camminando faticosamente contro corrente. I bambini, nella loro fatica, sono talmente presi, che probabilmente non si rendono neppure conto che un anonimo cireneo li sta aiutando, impiegando tutte le sue forze per sorreggere la botte traballante ed evitare, così, che possa cadere giù per la ripida discesa rendendo vana la loro impresa.

Il movimento dei fanciulli, intenti a camminare rapidamente, è incerto e malfermo. La loro espressione è rassegnata e inerme come quella di Cristo che cammina con la croce sulle spalle. Perov li fa sorpassare da un cane con una corda strappata al collo. In questa immagine, che esprime ineluttabilità e mancanza di pietà da parte di adulti che non avrebbero dovuto esporli a tanta fatica, c’è un appello alla giustizia, ma anche un segno di speranza per la sorte dell’uomo sulla terra. Il pittore infatti sullo sfondo raffigura il muro di un monastero e, se si nota bene, in alto sulla sinistra proprio nell’angolino dell’immagine, si può scorgere un particolare quasi insignificante. Si tratta di un’icona con una lampada accesa che brilla sopra il portone e inneggia alla misericordia e alla pietà divina.

Nei volti di bambini, non ingentiliti da una patina sentimentalistica, vi si legge un dolore sincero e profondo, che sorprendentemente non li disumanizza, esprimendo al contrario dignità e mitezza in una grande concentrazione interiore. Sembra che l’artista voglia svelarci un segreto: in loro arde la fiamma della sacra icona. Loro stessi sono un’immagine sacra perché manifestano, nella disumanità, l’umanità di Cristo.

Passando accanto alla porta, la luce divina viene loro comunicata come accade nella Liturgia pasquale del Lucernario. Nello stesso tempo dai loro volti si evince un’espressione che rende testimonianza a quella luce divina che può davvero ardere negli umani, nei poveri. Essi diventano allora la luce del mondo e il sale della terra. La fiaccola della fede vale la pena che sia propagata perché, se quella luce si spegnesse e quel sale perdesse il suo sapore, a cosa varrebbe la vita, la sofferenza, la povertà? Ecco noi tutti in questo tempo difficile, stiamo trascinandoci su una grande salita, aiutati da tanti anonimi cirenei.

Sui nostri volti auspichiamo che si rifletta quello che arde nei nostri cuori. È una fede difficile, nuova, ardita: noi siamo sempre bambini, la nostra impresa è sproporzionata rispetto alle nostre forze. Ma c’è il Monastero, segno di una Chiesa rinnovata che stiamo sperimentando, che ci è accanto e cammina con noi e noi siamo questa Chiesa che testimonia la Luce Pasquale del risorto.

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