La rubrica di Don Fabio

Lettera in occasione del Pellegrinaggio alla S. Sindone - Aprile 2010

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

Carissimi, il fatto che io non possa accompagnarvi personalmente in questo pellegrinaggio mi dà l’occasione dopo dieci anni come Parroco di questa Parrocchia di scrivervi la mia prima lettera pastorale. Una lettera rivolta a tutti voi miei parrocchiani che vi recate in pellegrinaggio verso il Volto di Cristo: chissà che cosa vi dirà quando lo vedrete, chissà cosa voi gli risponderete, perché è Lui che vi ha convocato a Torino.

La contemplazione di questo telo, che fino ad oggi non ha fatto miracoli né ha prodotto intorno a sé una devozione in senso tradizionale, ma qualcosa di molto più profondo, spero che vi trasmetta il frutto maturo che hanno ricevuto le donne entrando nel sepolcro: la scintilla che ha fatto divampare il fuoco dell’amore per la Chiesa e lo zelo per l’evangelizzazione. L’idea di questa mia lettera mi è venuta valutando alla luce della Parola di Dio alcuni fatti che ho vissuto da martedì ad oggi. Mi riferisco, per esempio, al fatto che improvvisamente il nostro Gaspare martedì si è sentito male ed è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale per accertamenti; mi riferisco anche al fatto che il papà di don Norberto in Perù ha avuto un ictus, quindi è molto probabile che il prossimo anno non potremo più avvalerci della sua collaborazione pastorale perché la sua famiglia ha un grande bisogno di lui e probabilmente rientrerà nella sua patria; ed altri eventi di questo genere.

Tutto ciò significa che molto probabilmente, il prossimo anno, non potrò più fare affidamento su persone così indispensabili. E’ vero che sono presenti in parrocchia almeno centocinquanta collaboratori parrocchiali ma questi segni, compreso il fatto che non posso accompagnarvi personalmente a Torino, a causa del fatto che non posso lasciare la Parrocchia senza sacerdoti, lo interpreto come in segno attraverso il quale il Signore chiama la nostra Parrocchia, dopo dieci anni, a fare un salto di qualità. Si tratta di arrivare ad una più consapevole e adulta corresponsabilità nel portare a compimento la missione che mi (ci!) è stata affidata. E’ vero che questa missione di pastore è stata affidata personalmente a me da Gesù Cristo nella persona del Vicario del Papa, cioè dell’allora Cardinal Ruini, e successivamente dall’attuale Cardinal Vallini e personalmente ne dovrò rendere conto a Dio. Ma è altrettanto vero che non posso portarla a compimento da solo! Non a caso Gesù racconta la parabola degli operai della vigna: « Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: "andate anche voi nella mia vigna" » (Mt 20, 3-4). L'appello del Signore Gesù «Andate anche voi nella mia vigna » non cessa di risuonare da quel lontano giorno nel corso della storia: è rivolto a ogni uomo che viene in questo mondo. Andate anche voi. La chiamata non riguarda soltanto i Pastori, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ma si estende a tutti: anche i fedeli laici sono personalmente chiamati dal Signore, dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il mondo. Lo ricorda S. Gregorio Magno che, predicando al popolo, così commenta la parabola degli operai della vigna: « Guardate al vostro modo di vivere, fratelli carissimi, e verificate se siete già operai del Signore. Ciascuno valuti quello che fa e consideri se lavora nella vigna del Signore ». E i Padri del Concilio Vaticano II, riecheggiando l'appello di Cristo, hanno chiamato tutti i fedeli laici, uomini e donne, a lavorare nella sua vigna: «Il Sacro Concilio scongiura nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con animo generoso e con cuore pronto, alla voce di Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e all'impulso dello Spirito Santo. In modo speciale i più giovani sentano questo appello come rivolto a se stessi, e l'accolgano con slancio e magnanimità. Il Signore stesso infatti ancora una volta per mezzo di questo Santo Sinodo invita tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a Lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di Lui, si associno alla sua missione salvifica; li manda ancora in ogni città e in ogni luogo dov'egli sta per venire.

Questa chiamata purtroppo è spesso percepita come un optional ma in verità quello che avviene nei fedeli è come se una donna dopo nove mesi continuasse a portare in grembo suo figlio: morirebbe lei e il figlio! O come se Gesù dopo trent’anni avesse pensato a rimanere per sempre in quella città, a Nazareth… in ambedue i casi si capisce che o si fa il salto di qualità o si fallisce, non solo come cristiani ma come persone che rimangono degli eterni infantili, una caricatura di noi stessi. Il salmo 139 ci dice che Dio ci ha fatti  per esser un prodigio, non per fare cose ordinarie ma straordinarie perché straordinaria è la nostra vita, anche se per raggiungere questa statura abbiamo bisogno di passare attraverso la tribolazione della nostra maturazione. Si tratta di una maturazione che deve confrontarsi con un discorso molto preciso che il Papa Giovanni Paolo II pronunciò nella sua famosa esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici sulla vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo.


La Parrocchia: La comunione ecclesiale, pur avendo sempre una dimensione universale, trova la sua espressione più immediata e visibile nella parrocchia: essa è l'ultima localizzazione della Chiesa, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie. E' necessario che tutti riscopriamo, nella fede, il vero volto della parrocchia, ossia il «mistero» stesso della Chiesa presente e operante in essa: anche se a volte povera di persone e di mezzi, anche se altre volte dispersa su territori quanto mai vasti o quasi introvabile all'interno di popolosi e caotici quartieri moderni, la parrocchia non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio; è piuttosto «la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d'unità», è «una casa di famiglia, fraterna ed accogliente», è la «comunità di fedeli». In definitiva, la parrocchia è fondata su di una realtà teologica, perché essa è una comunità eucaristica. Ciò significa che essa è una comunità idonea a celebrare l'Eucaristia, nella quale stanno la radice viva del suo edificarsi e il vincolo sacramentale del suo essere in piena comunione con tutta la Chiesa. Tale idoneità si radica nel fatto che la parrocchia è una comunità di fede e una comunità organica, ossia costituita dai ministri ordinati e dagli altri cristiani, nella quale il parroco che rappresenta il Vescovo diocesano è il vincolo gerarchico con tutta la Chiesa particolare. E' certamente immane il compito della Chiesa ai nostri giorni e ad assolverlo non può certo bastare la parrocchia da sola. Eppure anche oggi la parrocchia vive una nuova e promettente stagione. Come diceva Paolo VI, all'inizio del suo pontificato, rivolgendosi al Clero romano: «Crediamo semplicemente che questa antica e venerata struttura della parrocchia ha una missione indispensabile e di grande attualità; ad essa spetta creare la prima comunità del popolo cristiano; ad essa iniziare e raccogliere il popolo nella normale espressione della vita liturgica; ad essa conservare e ravvivare la fede nella gente d'oggi; ad essa fornirle la scuola della dottrina salvatrice di Cristo; ad essa praticare nel sentimento e nell'opera l'umile carità delle opere buone e fraterne». I Padri sinodali, dal canto loro, hanno attentamente considerato l'attuale situazione di molte parrocchie, sollecitando un loro più deciso rinnovamento: «Molte parrocchie, sia in regioni urbanizzate sia in territorio missionario, non possono funzionare con pienezza effettiva per la mancanza di mezzi materiali o di uomini ordinati, o anche per l'eccessiva estensione geografica e per la speciale condizione di alcuni cristiani (come, per esempio, gli esuli e gli emigranti). Perché tutte queste parrocchie siano veramente comunità cristiane, le autorità locali devono favorire: a) l'adattamento delle strutture parrocchiali con la flessibilità ampia concessa dal Diritto Canonico, soprattutto promuovendo la partecipazione dei laici alle responsabilità pastorali; b) le piccole comunità ecclesiali di base, dette anche comunità vive, dove i fedeli possano comunicarsi a vicenda la Parola di Dio ed esprimersi nel servizio e nell'amore; queste comunità sono vere espressioni della comunione ecclesiale e centri di evangelizzazione, in comunione con i loro Pastori».

L’impegno apostolico nella Parrocchia: E' necessario ora considerare più da vicino la comunione e la partecipazione dei fedeli laici alla vita della parrocchia. In tal senso è da richiamarsi l'attenzione di tutti i fedeli laici, uomini e donne, su di una parola tanto vera, significativa e stimolante del Concilio: «All'interno delle comunità della Chiesa la loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei pastori non può per lo più raggiungere la sua piena efficacia». E', questa, un'affermazione radicale, che dev'essere evidentemente intesa nella luce della «ecclesiologia di comunione»: essendo diversi e complementari, i ministeri e i carismi sono tutti necessari alla crescita della Chiesa, ciascuno secondo la propria modalità. I fedeli laici devono essere sempre più convinti del particolare significato che assume l'impegno apostolico nella loro parrocchia. E' ancora il Concilio a rilevarlo autorevolmente: «La parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nell'universalità della Chiesa. Si abituino i laici a lavorare nella parrocchia intimamente uniti ai loro sacerdoti, ad esporre alla comunità della Chiesa i propri problemi e quelli del mondo e le questioni che riguardano la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti; a dare, secondo le proprie possibilità, il loro contributo ad ogni iniziativa apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiastica». Nelle circostanze attuali i fedeli laici possono e devono fare moltissimo per la crescita di un'autentica comunione ecclesiale all'interno delle loro parrocchie e per ridestare lo slancio missionario verso i non credenti e verso gli stessi credenti che hanno abbandonato o affievolito la pratica della vita cristiana. Se la parrocchia è la Chiesa posta in mezzo alle case degli uomini, essa vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi. Spesso il contesto sociale, soprattutto in certi paesi e ambienti, è violentemente scosso da forze di disgregazione e di disumanizzazione: l'uomo è smarrito e disorientato, ma nel cuore gli rimane sempre più il desiderio di poter sperimentare e coltivare rapporti più fraterni e più umani La risposta a tale desiderio può venire dalla parrocchia, quando questa, con la viva partecipazione dei fedeli laici, rimane coerente alla sua originaria vocazione e missione: essere nel mondo «luogo» della comunione dei credenti e insieme «segno» e «strumento» della vocazione di tutti alla comunione; in una parola, essere la casa aperta a tutti e al servizio di tutti o, come amava dire il Papa Giovanni XXIII, la fontana del villaggio alla quale tutti ricorrono per la loro sete.

Forme di partecipazione nella vita della Chiesa: I fedeli laici, unitamente ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, formano l'unico Popolo di Dio e Corpo di Cristo. L'essere «membri» della Chiesa nulla toglie al fatto che ciascun cristiano sia un essere «unico e irripetibile», bensì garantisce e promuove il senso più profondo della sua unicità e irripetibilità, in quanto fonte di varietà e di ricchezza per l'intera Chiesa. In tal senso Dio in Gesù Cristo chiama ciascuno col proprio inconfondibile nome. L'appello del Signore: «Andate anche voi nella mia vigna» si rivolge a ciascuno personalmente e suona: «Vieni anche tu nella mia vigna!». Così ciascuno nella sua unicità e irripetibilità, con il suo essere e con il suo agire, si pone al servizio della crescita della comunione ecclesiale, come peraltro singolarmente riceve e fa sua la comune ricchezza di tutta la Chiesa. E' questa la «Comunione dei Santi», da noi professata nel Credo: il bene di tutti diventa il bene di ciascuno e il bene di ciascuno diventa il bene di tutti. «Nella santa Chiesa scrive San Gregorio Magno ognuno è sostegno degli altri e gli altri sono suo sostegno». Forme personali di partecipazione: E' del tutto necessario che ciascun fedele laico abbia sempre viva coscienza di essere un «membro della Chiesa», al quale è affidato un compito originale insostituibile e indelegabile, da svolgere per il bene di tutti. In una simile prospettiva assume tutto il suo significato l'affermazione conciliare circa l'assoluta necessità dell'apostolato della singola persona: «L'apostolato che i singoli devono svolgere, sgorgando abbondantemente dalla fonte di una vita veramente cristiana, è la prima forma e la condizione di ogni apostolato dei laici, anche di quello associato, ed è insostituibile. A tale apostolato, sempre e dovunque proficuo, ma in certe circostanze l'unico adatto e possibile, sono chiamati e obbligati tutti i laici, di qualsiasi condizione, anche se manca loro l'occasione o la possibilità di collaborare nelle associazioni». Nell'apostolato personale ci sono grandi ricchezze che chiedono di essere scoperte per un'intensificazione del dinamismo missionario di ciascun fedele laico. Con tale forma di apostolato, l'irradiazione del Vangelo può farsi quanto mai capillare, giungendo a tanti luoghi e ambienti quanti sono quelli legati alla vita quotidiana e concreta dei laici. Si tratta, inoltre, di un'irradiazione costante, essendo legata alla continua coerenza della vita personale con la fede; come pure di un'irradiazione particolarmente incisiva, perché, nella piena condivisione delle condizioni di vita, del lavoro, delle difficoltà e speranze dei fratelli, i fedeli laici possono giungere al cuore dei loro vicini o amici o colleghi, aprendolo all'orizzonte totale, al senso pieno dell'esistenza: la comunione con Dio e tra gli uomini.”


 

E’ evidente che questo discorso non ci è estraneo, anzi vedo in molti di voi la realizzazione di quello che il Papa auspicava, lo vedo in Gaspare, in Edda, che con il suo gruppo di sorelle nella fede, alcune delle quali ottantenni, da molti anni puntualmente, ogni martedì mattina, dalle cinque del mattino alle dieci, piova o tiri vento, sono lì a lavorare in Cappella feriale perché possiamo pregare in un luogo degno e decoroso. E questo lo fanno perché ormai è la loro battaglia, non si coinvolgono, come suol dire con “la mano sinistra” cioè tanto per fare, ma con il cuore. Non finirei di fare l’elenco di persone come loro. Ciononostante, la nostra missione ci fa presente che nessuno è eterno e che dobbiamo, appunto, scuoterci dal torpore che ci deriva dal fatto che alla fine ci penserà qualcun altro perché non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità. E’ vero che per obbedire all’invito di Gesù – che ci dice: “andate anche voi nella mia vigna” – non basta una semplice e superficiale risposta. E’ necessario fare un cammino di formazione che ci porti verso la carità, che è corresponsabilità, solidarietà. Essere capaci di corresponsabilità esige una serie di virtù che sono frutto del nostro cammino di fede. Si tratta delle virtù cristiane, che fanno vero l’uomo che le possiede e che mi fanno pensare: su di lui posso contare, con lui si può sbagliare perché ha le spalle larghe per portare la croce, sono sicuro che obbedirà perché ormai si fida, le cose gliele puoi dire, non prende d’aceto, non preoccuparti tu, non sai quanto è umile quello là, è una persona che ha fede; ti ho messo a lavorare con quel fratello, vedrai quanto è collaborativo, non è schematico, non è un complessato, è una persona libera, affidabile. E’ vero che solo spalla a spalla con in nostri fratelli lavorando insieme nella comunità avvertiamo l’urto della diversità e del peccato. In quel momento, a contatto col fratello, e non più solo davanti al tabernacolo nella preghiera personale, veniamo a sapere se quella preghiera ha davvero dato frutto, perché sotto pressione e nella concitazione saltano gli schemi, scappa fuori la litigiosità, lo scoraggiamento, la voglia di scappare e tanti altri sintomi dell’uomo della carne.  In questo processo di crescita sono certo che continuerete a farvi condurre e potare dal sottoscritto dai vostri catechisti e maestri nella fede, perché ciascuno di voi deve averne uno, ad un solo patto: che sia un padre e non un adulatore che asseconda i vostri capricci, un contadino che cura la sua vigna e non una mamma isterica che si fa trascinare dai mal di pancia, come un adolescente, “alla Balotelli”. Io quando penso ai miei collaboratori penso a dei discepoli, non a degli autodidatti, penso a delle pecore del gregge di Gesù Cristo, non a dei lupi. Ricordatevi che è maestro nella fede non solo chi asseconda sempre quello che pensi, come fanno alcuni di voi, ma colui che ti corregge. E ti corregge perché ti ama. Quanto è triste vedere che di fronte ad una correzione che produce dolore alcuni di voi si vanno a cercare adulatori, quanto è bello vedere che malgrado il travaglio e la difficoltà si passa pian piano alla conversione. Io penso che Cristo vi dirà qualcosa di simile a ciò che disse Giovanni Paolo II in quella notte del 2000 alla Chiesa alle soglie del terzo millennio: Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti. Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione. Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito! “Lasciate, cari giovani, che vi confidi la mia speranza: questi ‘costruttori’ dovete essere voi! Voi siete gli uomini e le donne di domani; nelle vostre mani è racchiuso il futuro. A voi Dio affida il compito, difficile ma esaltante, di collaborare con Lui nell'edificazione della civiltà dell'amore. Quello che voi erediterete è un mondo che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana. È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell'amore di Dio. Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell'amore. Gesù offre una cosa; lo "spirito del mondo" ne offre un'altra. Lo "spirito del mondo" offre molte illusioni, molte parodie della felicità. Non vi è forse tenebra più fitta di quella che si insinua nell'animo dei giovani quando falsi profeti estinguono in essi la luce della fede, della speranza, dell'amore. Il raggiro più grande, la maggiore fonte di infelicità è l'illusione di trovare la vita facendo a meno di Dio, di raggiungere la libertà escludendo le verità morali e la responsabilità personale. Il Signore vi invita a scegliere tra queste due voci, che fanno a gara per accaparrarsi la vostra anima. Questa scelta è la sostanza e la sfida della Giornata Mondiale della Gioventù. Voi siete giovani, e il Papa è vecchio, avere 82 o 83 anni di vita non è come averne 22 o 23. Ma il Papa ancora si identifica con le vostre attese e con le vostre speranze. Voi siete la nostra speranza. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa! Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell'amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l'immagine del Figlio suo”.

 

Quello che stai intraprendendo è un pellegrinaggio e non un viaggio turistico, avendo letto questa lettera, se ti sei sentito interpellato, preparati a rispondere a Cristo in prima persona, che, mostrandoti il Suo volto, dalla Sindone, attende una tua risposta.


Don Fabio